Ci salveremo. Con quelli che non guardano altrove

Ci salveremo. Nonostante tutto.

Ferruccio de Bortoli titola così il suo ultimo libro. Senza interrogativi, senza ambiguità.
Non ci mette neppure quel quasi con il quale aveva descritto le mirabili e talvolta miserabili gesta dei poteri forti. Perché allora tanto ottimismo della volontà se in questa escursione entro il bel paese si parla in più pagine di fiera delle illusioni? Perché, se il pessimismo della ragione pare erigere un solido e invalicabile muro?

L’autore confessa di avere così titolato per coltivare una speranza e formulare un impegno, nel tentativo di rianimare uno spirito civico perduto.

Tentativo vano?  A giudicare dalla successione di eventi, proposti  secondo una prosa incisiva nella sua essenzialità quanto densa di fatti, parrebbe proprio di sì. Le italiche furbizie, le regole quanto mai flessibili, lo studio e il merito tenuti in scarsa o nulla considerazione, sono altrettante prove a carico dell’imputato Italia che de Bortoli presenta senza sconti. Meschinità, egoismi, tradimenti, mancanza di rispetto, sono note del nostro registro nazionale, così come l’ambigua regola del “fate ciò che dico ma non ciò che faccio”, spesso sottesa anche ai poteri meno commendevoli del Paese. A proposito di rispetto, il capitolo sul tricolore sovente sporco, unto e abbandonato che fa brutta mostra di sé su edifici pubblici, è esemplare nel suo valore simbolico, ma di forma che si fa sostanza.

Ma c’è un’altra Italia, che vuole lavorare entro una società aperta, basata su lavoro, studio e merito, che ha in sé una forza inversamente proporzionale al peso specifico fondato su denaro e potere, che ha senso della legalità, che ha a cuore il bene comune.

E’ una squadra, se autore e lettori perdonano il paragone con il nostro sport più popolare, che non ha alle spalle potentati e risorse finanziarie, non ha i grandi campioni pagati a peso d’oro che segnano reti a grappolo, ma che ha dalla sua la compattezza, il coraggio, le capacità.

I cognomi che compongono questa formazione sono sconosciuti ai più, difficilmente la storia si occuperà di loro in quanto individui.
Talvolta non hanno manco un nome, come la venditrice di lardo che non volle i soldi dalle ebree perseguitate durante gli anni bui delle leggi razziali, ricordate nelle sue memorie dal filosofo Hans Jonas, simbolo dei tanti italiani che accolsero i rifugiati a rischio della loro vita.

Minoranza, certo, ma nutrita minoranza che avanza nel tempo in fila indiana, senza clamori, senza gesta eclatanti, fatta di donne e uomini che non hanno mai voluto essere eroi, ma solo, e vi par poco, cittadini responsabili.
E’ l’esercito del bene che marcia anche oggi, certo non con gli enormi stenti e rischi di allora, ma con la stessa tenace convinzione.

Se ci salveremo– scrive l’autore- lo dovremo ai tanti nostri connazionali che si occupano di chi ha più bisogno. Il capitale sociale, formato dalle tante associazioni impegnate in molteplici attività solidali, è così rilevante da costituire uno straordinario ammortizzatore sociale. Non solo. È la piattaforma di una nuova economia condivisa dove si sperimentano servizi e lavori del futuro, è la base popolare sulla quale può innestarsi un movimento di riscatto civico”.

De Bortoli  racconta dei gesti d’amore attraverso le testimonianze di Giordano e Fanny, volontari Vidas che dedicano il proprio tempo ad alleviare il dolore degli altri: “Sono la dimostrazione –chiosa l’autore- che esiste un’Italia solidale. A braccia aperte, con un tessuto di relazioni disinteressato, ricca di buoni sentimenti. Lo fanno senza dirlo, anzi schermendosi, nascondendosi persino. L’opposto di quello che accade sul palcoscenico della rete“.

Sono i senza volto del Terzo Settore che danno nerbo al Paese, corpi intermedi che attuano il principio di sussidiarietà previsto dall’articolo 118 della Costituzione e che ora hanno una legge che li identifica come soggetti giuridici.

Certo la partita è dura, durissima e grande è la forza antagonista della meschinità, degli egoismi, delle furberie. A maggior ragione vale la pena tornare a quel titolo assertivo.

Ci salveremo”.

Leggete questi appunti per una riscossa civica. Forse la partita non è persa. Anzi, incomincia proprio ora.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per oltre 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Così qualche tempo fa ho detto sì ad un’amica che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Un impegno che mi onora e che tengo ad assolvere con il massimo impegno. Tanto più ora. È un debito di gioia e di riconoscenza che mi lega a Giovanna, da qualunque parte mi guardi.

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