A Tuttavita con San Martino

La nebbia agli irti colli
piovigginando sale
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar…

Alzi la mano chi era un giovinetto negli Anni Cinquanta e non ha imparato a memoria il San Martino del Carducci. A quel tempo erano in pochi a sapere della storia del mantello, il pallium che ha dato il nome alle cure palliative, sennò l’indice di gradimento, per dirla con parole dell’oggi, sarebbe salito alle stelle.

San Martino

Tra le tante poesie studiate e poi dissoltesi nella memoria adulta, c’è una ragione per la quale il San Martino del Carducci si è impressa nelle nostre menti e non se ne andrà mai.

Forse per quel linguaggio semplice e diretto, forse perché tristezza e gioia, burrasca e festa vanno a braccetto in poche righe. Vita e morte che osserviamo attraverso quegli stormi di uccelli neri che ci lasciano per aprire la speranza di un nuovo giorno.

Sia come sia, quel pallium avvolgeva a nostra insaputa, con il suo tepore, le nostre giovanili esistenze, senza che noi lo sospettassimo.

San Martino ci era e resta simpatico proprio per quel suo modo di intendere la vita. Ci piaceva quella nebbia che là in Maremma è evento raro, ma per noi ragazzi del Nord era (oggi un po’ meno) pane quotidiano da novembre in poi. Tanto meglio se per una volta avvolgeva gli irti colli toscani, anche se a noi mancava, sia detto con invidia, quel mare con la voce tonante.

Il pallium di allora era per noi lo spiedo che gira scoppiettando. Anche il cacciatore ci piaceva e chiediamo perdono ai severi censori della caccia. Ma quel suo sguardo gettato dall’uscio nell’ora del vespro era anche il nostro, l’attesa di un nuovo giorno, la speranza di un giorno migliore.

Il punto di Martin

Martino, santo o no, ci era simpatico per un’altra ragione: aveva subito un torto, un imbroglio verbale che gli aveva fatto perdere la cappa.

Vuole la leggenda che Martino fosse abate in un monastero. Generoso com’era, aveva ordinato d’attaccare sul portale un cartello di benvenuto con scritto: “Porta patens esto. Nulli claudatur honesto” ovvero “La porta sia aperta. A nessuna persona onesta sia chiusa”.

Un caldo invito, ma il malcapitato incisore la riscrisse mettendo il punto dopo nulli e non dopo esto e così l’iscrizione divenne: “La porta non sia aperta a nessuno. Sia chiusa alle persone oneste”.

Per tale errore il buon Martino venne licenziato, allora si diceva sollevato dalla carica di abate e “per un punto perse la cappa” ovvero il mantello, che della carica era il simbolo.

La frase passò poi ad indicare una perdita importante per una disattenzione, anche se abbiamo buoni motivi di credere che qualcuno lo perdonò, altrimenti il suo mantello non ci proteggerebbe, come ben sanno tutti gli amici di Vidas.

Fare il San Martino

Quanto a leggende, il nostro Martino non è secondo a nessuno. Da alcuni secoli e fino ad alcuni decenni fa, gran parte della popolazione della pianura padana era occupata nel settore agricolo. L’anno lavorativo terminava dopo la semina, agli inizi di novembre.

Se il padrone non rinnovava il contratto con il contadino, questi doveva lasciare l’abitazione messa a disposizione alla stipula dal padrone del fondo agricolo. Cambiar lavoro significava dunque far trasloco e ciò avveniva l’11 novembre, giorno in cui la Chiesa ricorda San Martino di Tours. Nuovi contratti, partenze e arrivi.

Al tirar delle somme, il buon Martino ci va a genio, anche se il balletto di contadino che scaccia contadino mi sa che non era visto di buon occhio tra i lavoranti. Tra l’altro ci porta uno sprazzo di sole nel grigio novembre con la sua estate fuori stagione che noi quest’anno celebriamo con l’evento Tuttavita che coinvolge tutta la famiglia, con laboratori per i bambini, human library, l’incontro tra Ferruccio de Bortoli e il “dottor sorriso” Momcilo Jankovic, l’aperitivo e il teatro. Tutte le informazioni sono sul nostro sito.

Vi aspettiamo per festeggiare la Giornata Nazionale delle Cure Palliative, che cade proprio nel giorno di San Martino: uno che si dà da fare, non molla e quando c’è bisogno offre ciò che ha per proteggere.

Sì, c’è molto di Vidas in quel viandante.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per oltre 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Così qualche tempo fa ho detto sì ad un’amica che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Un impegno che mi onora e che tengo ad assolvere con il massimo impegno. Tanto più ora. È un debito di gioia e di riconoscenza che mi lega a Giovanna, da qualunque parte mi guardi.

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