Perdita e ricordo

Mia madre è morta in novembre e associo il suo ricordo all’autunno, alle coloratissime foglie che cadono dagli alberi, alla pioggia che ci ha accompagnati durante la sua sepoltura nel cimitero di un piccolo paese friulano, dove lei voleva essere seppellita vicino a mio padre.

Perdita ricordo

Se un mese doveva essere scelto per ricordare i morti, novembre mi sembra proprio il mese giusto: qui al nord i giorni sono più corti, il cielo è più grigio, piove più spesso ed è quella pioggerellina costante, non violenta ma continua. Quella che proprio ti mette tristezza e ti invita a un po’ di riflessione.

Chissà cosa succede nell’Italia più calda, quella in cui il sole è più splendente e la pioggia meno insistente!

Certo è che gli esseri umani da sempre hanno fatto i conti con la perdita delle persone care, col bisogno di mantenere una continuità tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, con la speranza che ci sia una qualche forma di continuità.

Vivere un lutto è un’esperienza che ci riguarda da vicino, tutti quanti.

Non ci sono modi giusti o modi sbagliati, tempi precisi per elaborare la perdita, tecniche specifiche per superarla.

È un percorso soggettivo ma anche relazionale e culturale: ciascuno di noi sperimenta la perdita sulla base di diverse condizioni che ne costituiscono la cornice. Giusto per fare qualche esempio, influiscono sull’elaborazione del lutto il modo in cui la morte è avvenuta, l’età della persona che è morta, il tipo di relazione che esisteva tra chi resta e chi non c’è più, la storia di lutti precedenti, il susseguirsi degli eventi della vita presenti al momento della perdita, la durata della malattia e il grado di coinvolgimento nelle cure, la presenza o meno di una rete relazionale che può supportare nel processo del lutto, la condivisione o meno delle scelte di fine vita, il processo di accompagnamento che si è potuto sperimentare nella fase terminale della malattia, il percorso di crescita interiore e personale di cui si può disporre nel momento della perdita, da cui deriva il grado di “resilienza” di chi è in lutto.

Sono tanti i fattori che intervengono ma, in ogni caso, l’esperienza della perdita porta con sé una grande potenzialità trasformativa perché ci invita a fare i conti con il limite, con la nostra vulnerabilità, con i nostri bisogni più profondi ma anche con la scoperta delle nostre risorse reali.

La vita cambia dopo una perdita importante e in ogni caso ci chiede di ampliare le lenti da cui guardiamo il mondo, la vita, le relazioni umane e siamo messi di fronte ad almeno due possibilità: incontrare il nostro dolore, attraversarlo e consentirgli di trasformarci oppure continuare a sentirci soli, ingiustamente trattati dalla vita e chiuderci alle cose buone che continua ad offrire.

Un percorso non facile, quello della trasformazione, in cui chi opera in Vidas può rappresentare un’opportunità attraverso quanto viene offerto per elaborare il lutto: colloqui di supporto, orientamento ai gruppi di auto-mutuoaiuto, eventi commemorativi come la cena del ricordo, mantenimento di relazioni umane significative con i volontari.

Un’opportunità per coloro che hanno perso i loro cari e una grande occasione per tutti noi che ci impegniamo nel mondo delle Cure Palliative perché lo scambio è reciproco e l’apprendimento continuo.


Sonia

Faccio la psicologa da tanti anni ma sono rimasta la figlia di un panettiere che da bambina si svegliava con il profumo del pane nel naso. Forse per questo amo ciò che è essenziale, lieve, fragrante, caldo…come il pane, appunto. Sono sufficientemente adulta da essere ormai libera da tanti orpelli così da poter “assaporare” quanto la vita mi offre, compreso il mio lavoro in Vidas, che cerco di fare seriamente senza prendermi troppo sul serio.

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