La visita alla Casa Sollievo Bimbi e l’emozione di un vecchio cronista

Capita al vecchio cronista di scrivere di una conferenza stampa. Meglio, è capitato, centinaia di volte nel lungo percorso di lavoro che lo ha condotto sulla riva di Vidas, con l’orgogliosa definizione di volontario della penna.

Tuttavia lo scorso lunedì 28 maggio, al seguito di colleghe e colleghi fatalmente assai più giovani, è capitato altro. Diciamo pure emozioni, senza timore di apparire un ingenuo d’antan, in un mondo troppo abituato a misurare secondo i rituali dell’apparire.

In disciplinata coda ho risalito, anch’io per la prima volta, le scale della nuova Casa Sollievo Bimbi per la visita programmata con blogger e giornalisti nel cantiere dello splendido edificio che tra meno di un anno ospiterà minori inguaribili e le loro famiglie.

Non è questa la sede, né è compito mio, illustrare la struttura che a me pare già splendente di luci e colori, a dispetto delle pareti grigie e di quel cielo tanto imbronciato che ha negato agli ospiti, all’ultimo piano, lo sguardo all’orizzonte della Milano delle Tre Torri e di altri, nuovi ardimenti architettonici.
Se scrivo è solo per rendere un piccolo omaggio a chi ha guidato la pattuglia.

Ci sono tante ragioni per farlo. L’efficacia del materiale fornito, la chiarezza espositiva. Dall’incontro i colleghi sono usciti, grazie all’eccellente organizzazione dell’ufficio stampa, non solo con materiale in abbondanza ma, ciò che più conta, con idee chiare sul progetto e le sue finalità.

Vi è un motivo ulteriore che mi spinge a questa testimonianza. A ogni piano gli operatori direttamente interessati alle cure specifiche, che si svolgeranno proprio in quelle stanze, hanno raccontato con competenza il proprio lavoro quotidiano che troverà, entro la moderna e funzionale struttura, nuovi, più moderni ed efficaci strumenti. Hanno tuttavia fatto di più, molto di più. Hanno reso testimonianza, con la semplicità che appartiene solo a chi sa bene e crede fortemente in ciò che fa, del proprio impegno quotidiano.

In loro il vecchio cronista ha avvertito una carica di passione e impegno civile che è materia assai rara e non solo di questi tempi. Non è facile parlare dello sforzo quotidiano, accanto a giovanissimi e bimbi che soffrono, realizzato con tanta immediatezza e carica di passione, senza maledire il mondo che ti circonda, senza porti il quesito che mai avrà risposta: perché proprio a loro?

 

Ebbene, queste donne e uomini lo fanno, giorno dopo giorno, con semplicità e pari efficacia. Nei loro racconti non c’è un filo di retorica, anche quando narrano della conquista da parte dei giovani pazienti di un gesto che a noi pare irrilevante, tanto è parte integrante della nostra vita quotidiana. Come masticare cibo o bere un bicchier d’acqua.

Non sono oratori, ma sanno trovare, quasi per magia, le parole giuste. Nei loro occhi, nelle loro parole c’è il senso di gioia per la conquista, poco importa quanto essa duri e quanto sia grande, ma che si sia avverata. Il miracolo della normalità.
Lo confesso, mi sono commosso.

Non mi resta allora che rivolgermi a tutti gli operatori, nessuno escluso: vi ringrazio per avermi concesso e concedermi il privilegio di stare accanto a voi.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per oltre 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Così qualche tempo fa ho detto sì ad un’amica che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Un impegno che mi onora e che tengo ad assolvere con il massimo impegno. Tanto più ora. È un debito di gioia e di riconoscenza che mi lega a Giovanna, da qualunque parte mi guardi.

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