Relazione di cura e gestione dell’incertezza in medicina

In un mondo pieno di splendide certezze, talvolta solo presunte, ragionare sull’incertezza è professione d’umiltà, un bagno benefico che  ci riconduce alla nostra finitezza, senza per questo rinunciare ad esercitare il diritto-dovere di porre l’asticella della conoscenza sempre più in alto.

Tale è la considerazione che emerge a conclusione della proficua giornata di lavori, tenutasi il 26 ottobre, promossa dalla Fondazione Quarta e dalla sua presidente Lucia Giudetti sul tema della relazione di cura e gestione dell’incertezza in medicina.

Incertezza, si legge nel vocabolario, è “limitazione all’efficienza provocata da condizioni di dubbio e d’indecisione”.  Non sempre tali condizioni di dubbio sono un fatto di per sé negativo.  Non lo è il dubbio sistematico del filosofo, né l’illusione dell’economista, mentre per la fisica l’incertezza è intesa quale stima della differenza tra il valore di una grandezza misurata e il valore vero.

Così hanno spiegato a una folta platea di medici, quanto mai attenti e sensibili, il filosofo Paolo Ercolani, l’economista Alessandro Penati e il fisico Massimo Pietroni, recando i risultati del lavoro di ricerca nelle rispettive discipline.

Un itinerario nel sapere approdato poi in riflessioni sull’incertezza in medicina attraverso l’esperienza della ricerca in oncologia (Filippo De Braud), dell’immunologia (Michele Maio) e del rapporto con il paziente (Francesco Di Meco).

Più che rendere conto di una così copiosa messe di riflessioni, vale la pena in questa sede sottolineare quanto sul versante benefico del dubbio possano sorgere i frutti più rigogliosi del sapere, perché muniti di un sapore critico che ne accresce la loro valenza. Valga il paradosso di Einstein che ebbe a dubitare della sua teoria della relatività, da lui giudicata uno sbaglio sino a quando esimi colleghi gli dimostrarono il contrario.

Così è per l’incertezza in ambito clinico, spesso determinata da una crescita che sta mutando il panorama delle cure oncologiche, ma che necessita di un attento monitoraggio e consapevolezza della difficoltà a rapportarsi con il senso del limite sia da parte dei medici che dei pazienti e dei loro familiari.

Solo così l’incertezza si può trasformare in un fattore propulsivo, attraverso una spinta costante ad approfondire ricerca e sperimentazione, capaci di realizzare in ambito oncologico straordinari progressi in tempi relativamente brevi, come hanno dimostrato i tre clinici, destando non poco stupore anche in una platea di addetti ai lavori.

Una formidabile accelerazione che tuttavia mai deve dimenticare che si curano i malati e non le malattie, che si deve parlare “con” il paziente e non “al” paziente, sapendo che la malattia lo rende vulnerabile e lo colpisce in ciò che è  più prezioso, la dignità.

È dunque legittimo fare nostre le conclusioni di Francesco Di Meco che paiono rinnovare il millenario giuramento Ippocratico: la malattia è angoscia e dovere etico dei medici è entrare in empatia con il paziente per instaurare un rapporto fiduciario.

 


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Potevo scrivere libri, ma poi mi sono chiesto se avevo davvero qualcosa di importante da dire. Risposta: no. Il sì’ l’ho invece detto all’amica Giovanna che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Perché sì? Perché avevo qualcosa da dare a chi è solo e soffre. E poi a Giovanna, meglio alla signora Cavazzoni, non si può dire no. E se capiterà vi spiegherò la ragione.

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