La dignità della vita ferma in Parlamento

Quante volte si coniuga la parola tempo nell’arco della vita? Praticamente ogni giorno e in ogni istante. Tempo è la nostra esistenza che scorre, ma tempo è anche ciò che decidiamo, è l’essere.

C’è un tempo assoluto che scorre come le lancette d’un orologio, c’è il tempo scandito dalle nostre pulsioni, dagli affetti e dall’intelligenza, il tempo soggettivo che non passa mai o scorre troppo in fretta.

Tali le nostre riflessioni nell’interminabile attesa della legge sul testamento biologico.
Come può accadere che un provvedimento tanto auspicato, capace di raccogliere ampi consensi persino in un Paese così diviso e lacerato, non possa trovare compimento?

Il senso di smarrimento che ci pervade è espresso con straordinaria efficacia nell’appello, pubblicato sulle pagine de la Repubblica di mercoledì 18 ottobre, firmato da quattro senatori a vita (qua).
Ve lo riproponiamo. Parla di dignità, libertà, responsabilità, parole che sono altrettante stelle polari dell’azione quotidiana di Vidas.

Da più di cinque mesi il disegno di legge sul ‘testamento biologico’ è impantanato nella Commissione Sanità del Senato. Nonostante tutti i sondaggi fatti sul tema dimostrino, da almeno un decennio, il consenso di un’amplissima maggioranza di italiani, tremila emendamenti (in massima parte ostruzionistici) e discussioni infinite ostacolano la definitiva approvazione di una legge che non è di destra, di centro o di sinistra.

Senza distinguo, dà valore alla volontà di ciascuno, tutela la dignità di tutti. Il cosiddetto testamento biologico non rappresenta più, da tempo, la frontiera “divisiva” dei “nuovi” diritti civili. Non lo è più da ventisette anni negli Stati Uniti, dove il dibattito sul Living will è iniziato quasi quarant’anni fa nelle Corti dei vari Stati, nella Corte suprema e nella società civile, per poi culminare con l’adozione del Patient Self Determination Act del 1990; non lo è più neanche, almeno da dieci anni, nella maggior parte dei Paesi europei, dove ormai il valore giuridico vincolante di un testamento biologico fa parte del corpus dei diritti civili minimi del cittadino.

In Italia, benché se ne dibatta da decenni, il tema sembra condannato ad essere gestito nei processi, dai tribunali, dai singoli magistrati, in continua supplenza di una politica incapace di fare quel che le è proprio, il legislatore. La nazione culla del diritto non riesce a dare ai suoi cittadini una cornice giuridica certa in cui poter esercitare le proprie scelte, liberamente e responsabilmente, su una materia personalissima di libertà individuale, nonostante, come osservava il Presidente emerito Giorgio Napolitano nel maggio 2017, il provvedimento in discussione “risponda a sentimenti e sensibilità ormai prevalenti nella nostra società”.
Mentre il resto del mondo sviluppato dibatte di ulteriori forme di disciplina della materia, il nostro Paese resta orfano di quella che è ormai una soglia minima di regolamentazione sul diritto alle disposizioni anticipate di trattamento. Non è più ammissibile, dopo i casi Englaro, Welby, Nuvoli e migliaia di altri meno noti, ma altrettanto degni di considerazione, che i cittadini italiani non possano scegliere, facendo affidamento sulla chiarezza di una legge, come autodeterminarsi in una questione fondamentale, letteralmente di vita e di morte, che riguarda ognuno di noi.

Quella del fine vita è una questione di libertà, di rispetto della volontà, di dignità del vivere e del morire che dev’essere lasciata quanto più possibile alla scelta di ciascuno. Come Senatori a vita, chiamati ad esercitare un ruolo il più possibile libero da ogni condizionamento, appartenenza o calcolo, crediamo che questo Parlamento onorerebbe il Paese se, adottando in Senato senza

modifiche il testo già approvato dalla Camera, trattasse i suoi cittadini da adulti, lasciando loro a fine legislatura, come un prezioso legato, il riconoscimento di questo spazio incomprimibile di libertà e responsabilità.

Gli autori sono senatori a vita

L’appello è firmato dai senatori a vita Elena Cattaneo, Mario Monti, Renzo Piano e Carlo Rubbia.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Potevo scrivere libri, ma poi mi sono chiesto se avevo davvero qualcosa di importante da dire. Risposta: no. Il sì’ l’ho invece detto all’amica Giovanna che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Perché sì? Perché avevo qualcosa da dare a chi è solo e soffre. E poi a Giovanna, meglio alla signora Cavazzoni, non si può dire no. E se capiterà vi spiegherò la ragione.

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