Bio testamento: un’aula piena e l’altra triste e vuota

Ho due immagini che non riesco a cancellare dalla memoria. Evidentemente il mio sistema operativo, impropriamente chiamato cervello, fa le bizze.
La prima è di poche sere fa, nella bella sede del centro congressi della Fondazione Cariplo di Milano. L’altra immagine, speculare, la offre la casa di tutti gli italiani, l’aula di Montecitorio.

Biotestamento - confronto aule

Andiamo con ordine. Venerdì 10 marzo Vidas propone una conversazione sul tema della responsabilità di una scelta fino alla fine. Accanto al presidente de Bortoli ci sono Patrizia Borsellino, docente di filosofia del diritto e di bioetica, e Vito Mancuso, teologo e scrittore.

Due punti di vista, un approccio laico e uno cattolico, secondo una definizione che tanto piace a noi giornalisti, ma che nella circostanza appare assai riduttiva e mortifica il senso profondo del dialogo.

Ciò che hanno detto nel corso di quella serata lo potete vedere e ascoltare con un semplice clic.

Qui interessa piuttosto cogliere le modalità attraverso le quali si è svolto l’incontro, gli ingredienti di quella serata per usare un’espressione forse meno elegante, ma più efficace.

In primo luogo due interlocutori competenti, preparati, rispettosi l’uno dell’altro.
Poi un pubblico attento, come raramente è capitato di notare al pur attempato cronista. Come in una bella classe, non vola una mosca durante gli interventi e non certo perché c’è un burbero professore a far da guardiano.

I 250 presenti sono coinvolti, interessati a cogliere le ragioni di una legge che riguarda i diritti primari di ogni essere umano. I volti dei relatori e degli interlocutori trasmettono la forza di un Paese civile, di una comunità che chiede rispetto per la scelta, sia invocando la sua qualità sia la sua sacralità.

Rieccoci a Montecitorio: è lunedì 13 marzo e la legge sul bio testamento approda alla Camera dopo decenni di rinvii. D’accordo, è solo l’avvio di un complesso itinerario, ma pur sempre un giorno importante per il Paese.

Deputati presenti: 22. Ci sono, spiegano i quotidiani, ottime ragioni: la complessità della materia, gli emendamenti, una selva intricata da disboscare, il lunedì, primo giorno dopo il week end.

Ho sempre respinto con fermezza ogni istinto qualunquistico, non mi piacciono coloro che inveiscono contro la classe dirigente e ho un’alta considerazione della politica, intesa come quotidiano esercizio, faticoso ma essenziale.

Tuttavia quell’immagine, al di là delle irrilevanti conseguenze, mi procura tristi pensieri sul futuro del Paese che tanto amo. Torno così, rapido, all’altra istantanea, la sala del centro congressi gremita, per trovare conforto.

Dopo oltre quarant’anni di vita da cronista, mi chiedo: quale delle due è quella vera?
Vi confesso, non ho una risposta.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Potevo scrivere libri, ma poi mi sono chiesto se avevo davvero qualcosa di importante da dire. Risposta: no. Il sì’ l’ho invece detto all’amica Giovanna che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Perché sì? Perché avevo qualcosa da dare a chi è solo e soffre. E poi a Giovanna, meglio alla signora Cavazzoni, non si può dire no. E se capiterà vi spiegherò la ragione.

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