Alle donne che tutti i giorni mi insegnano qualcosa

M aveva una cascata di ricci color oro come era il suo cuore. A aveva 19 anni e lentamente con calcolata ossessione ha distrutto il suo corpo di donna forse per rendersi invisibile in un mondo che non voleva più. I ha perso il marito giovane, donna nel pieno della vita, sta crescendo i suoi figli con la forza e la determinazione di una leonessa.

Alle donne che tutti i giorni mi insegnano qualcosa

“Sapete cosa c’è, di tutta questa brutta storia l’unica cosa che un po’ mi solleva è che stando alle statistiche il tumore ha beccato me e non dovrebbe beccare voi”. C’era un sole splendente quel pomeriggio, quelle giornate perfette: luminose e calde ma non troppo. Noi, le amiche di tanti anni, eravamo sedute in cerchio sul prato, i nostri bambini, tutti maschi e più o meno coetanei, correvano scatenati lanciando palloncini pieni d’acqua, ma nessuna di noi si sognava di riprenderli. Eravamo giovani mamme tutte con la stessa impronta educativa: ti bagni, ti asciugherai. M non aveva già più i suoi ricci d’oro, ma con la parrucca stava benissimo, glielo dicevamo continuamente, era sempre comunque bella, bellissima perché era straordinaria dentro e quel cuore d’oro, quella spontanea generosità, quell’empatia immediata catturavano chiunque la incontrasse. Sorrideva e non si lamentava mai, anzi era lei che spesso ci consolava, che ci sosteneva. M, quando ha scoperto di avere un tumore al seno era incinta del secondo figlio ed era felicissima di questa gravidanza fino a che le hanno detto che se l’avesse portata avanti sarebbe morta, il tumore era molto aggressivo. Non dimenticherò mai nella mia vita quella telefonata. “Raffa lo sai quanto ho pianto di rabbia all’ospedale? Non hai idea, maledetti tutti: ho aspettato ore e mi hanno fatto il terzo grado mi hanno chiesto persino se ero convinta della mia scelta. Convinta?? Ma di cosa? Convinta di cercare di sopravvivere? Convinta di abortire? Convinta? ? Maledetti tutti”. M è morta comunque dopo 3 anni di malattia e anche se sono passati quasi 10 anni, ci manca sempre continuamente. Il suo sorriso però ce l’ha lasciato lo vedo quasi ogni giorno nel viso dolce di suo figlio, ora ragazzo e miglior amico del mio.

“Ma perché mi devono costringere? Io non voglio mangiare e se continuano così stanotte mi strappo tutti gli aghi e scappo”. “ Ma perché fai così tesoro, hai una vita davanti, sei bella intelligente hai tanto amore intorno perché ti stai distruggendo, non lo capisci?”. A è sempre stata “speciale” nella sua bellezza praticamente perfetta, nella sua dolcezza, nella sua acuta intelligenza, nel suo sorriso che però nascondeva sempre un velo di malinconia, di tristezza. Non ti potevi dare una spiegazione a quella volontà ferrea di distruggersi, di annullarsi, di sparire. Aveva 17 anni quando i primi accenni di quella terribile malattia che è l’anoressia hanno iniziato a manifestarsi: una dieta troppo prolungata, la maniacalità per l’abbigliamento, l’abbronzatura perfetta, la perfezione perfino a scuola. Poi tutto piano piano è crollato, fino a che un giorno lei ha detto che non ce la faceva più, che era stanca di vivere, pesava 35 chili. E a 19 anni, è morta. Io ancora adesso una spiegazione non ce l’ho ma mi manca tanto e sempre quella piccola e indifesa ragazzina, coetanea di mia sorella che da bambina trascorreva giornate intere da noi a giocare, che ha deciso di abbandonare la vita perché in questo mondo, che forse pretendeva troppo da lei, non ci si ritrovava più.

“Tu sei il mio faro, il mio esempio, non so come fai. So che poche volte nella vita ho visto tanta forza e tanta dignità”. I è la sorella che mi sono scelta, ci diciamo sempre così, ne abbiamo fatte e combinate tante insieme in 30 anni di amicizia incrollabile. A volte ho come l’impressione che la vita abbia scelto lei per “contenere” sofferenze e dolori perché lei ce la fa, perché lei è speciale. Ha perso una sorella, ha perso il marito nel pieno della vita, assistito da Vidas a domicilio. Lei, con i suoi meravigliosi figli, l’ha accompagnato finché non si è addormentato per sempre nel loro letto. “Zia, vieni a salutare papà: ha un viso molto dolce, sembra stia dormendo”. Il figlio maggiore, non ancora adolescente, quando sono arrivata quel giorno ha messo la mia mano in quella di I e le ha strette insieme e insieme siamo andati a dare un bacio al suo papà, all’amico dal cuore gentile e generoso. Così I ha deciso di affrontare la malattia di suo marito, che se ne è andato in sei mesi, così con i suoi figli, spiegando finché loro volevano ascoltare e capire che quella malattia era brutta e che il loro papà se ne sarebbe andato. “I figli sono il mio sostegno, senza di loro non ce l’avrei mai fatta”. I è il mio faro, a volte scherzando le dico che è una vera leonessa, ma tante volte anche accolgo le sue lacrime, giuste di una vita a volte piena di dolore ma anche di infinito amore come dice lei.

Eccole le donne, le amiche che mi accompagnano e che ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare sulla mia strada, a loro vorrei dedicare questo 8 marzo, a tutte le donne che combattono contro la malattia, contro la violenza, contro le discriminazioni sul lavoro, contro la schiavitù. A tutte le donne che sanno ancora sognare, che sanno raccogliere le forze e andare avanti, alle tante donne del Vidas (operatrici e volontarie) competenti, generose che hanno fatto della cura non solo una professione ma anche una ragione di vita. A loro, che tutti i giorni mi insegnano qualcosa, grazie.


Raffaella

Amo il silenzio, soprattutto di prima mattina, e le persone che riflettono prima di parlare. Amo il cioccolato e le torte senza panna. Leggo di tutto. Sono mamma di due ragazzacci. Odio le palestre e amo la bicicletta, adoro nuotare, viaggiare. Sono antropologa, per qualifica e per passione. In Vidas mi occupo di comunicazione e cultura.

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