Le 56 ore di dignità negata al signor Marcello C.

È accaduto nell’anno, non certo di grazia, 2016. Un uomo malato terminale è stato parcheggiato (proprio così) nel reparto di pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma per 56 ore, in una sala dove vengono tenuti i pazienti in codice giallo e verde, i meno gravi. Finché non è sopraggiunta la morte mentre i parenti si affannavano a porre labili scudi in difesa di una dignità travolta e negata.

La cartella clinica non lasciava spazio a dubbi. Ma non è il dubbio che ha accompagnato gli ultimi istanti di vita di Marcello Cairoli, ma un’altra, gravissima malattia endemica, l’indifferenza, il vero flagello che affligge la nostra società.

Le 56 ore di dignità negata al signor Marcello C.

I fatti sono narrati negli articoli del Corriere della Sera di Gian Antonio Stella – “La dignità negata ad un malato che muore” e “Marcello, poche ore di vita e lasciato morire in un pronto soccorso” – e Claudia Voltattorni – «Mio padre malato terminale morto dopo 56 ore al pronto soccorso del S. Camillo di Roma».

Se proponiamo nel nostro blog l’allucinante vicenda, non è certo per ribadire l’essenzialità dell’opera nostra e di quanti, sempre più numerosi, si occupano in Italia delle cure palliative.

Ci interessa piuttosto riflettere sugli aspetti di ordinaria anormalità che questa lascia intravvedere a fatica, tanto pare assurda la concatenazione degli eventi.

La vicenda sarebbe stata sepolta nel silenzio e nell’indifferenza, dobbiamo saperlo, se il figlio della vittima (due volte vittima, del proprio male e del male altrui) non facesse di mestiere il giornalista e se non avesse deciso di scrivere una lettera denunciando il caso alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin.

Un caso limite? Certo, oltre l’umano sentire, ma che rappresenta il frutto perverso di un atteggiamento che ha radici profonde nella nostra società.

A Marcello Cairoli è stata negata una morte dignitosa perché ciascun attore di questa storia allucinante non ha mai alzato lo sguardo verso il morente, magari facendo, se così si può dire, “il proprio dovere”.
Compreso colui che per un istante ha sollevato dalla sponda del letto la cartella clinica definendolo “un destinato” e poi ha proseguito lungo quel maledetto corridoio.

L’esito già scritto sulla cartella clinica è diventato così un problema di altri, una perversa catena di Sant’Antonio che si è conclusa con la strabiliante affermazione che la procedura di mandare a casa con un infermiere il malato andava avviata con una quindicina di giorni d’anticipo.

La verità è che il signor Marcello in quel letto è morto molto prima di quelle cinquantasei ore di strazio.
È morto quando gli è stata negata la dignità della vita in ogni suo istante.

Pensate, pensino medici, infermieri, dirigenti sanitari e tutti coloro che hanno sfiorato quel corpo senza vederlo, che cosa significano nella vita di ognuno di noi 56 ore. Quell’arco di tempo che a noi pare così breve è uno scrigno prezioso perché riguarda la vita di ogni uomo, singola e irripetibile.

L’idea di Vidas è nata oltre settant’anni fa in una casa a ringhiera della vecchia Milano, quando la nostra fondatrice recò assistenza a un’amica morente che non aveva più nulla e nessuno se non il rumore dei bimbi che giocavano a palla nel cortile sottostante. Una benedizione se si pensa a quanti ridevano e facevano chiasso nei corridoi del San Camillo mentre sfioravano il letto di un uomo al quale stavano rubando, senza neppure saperlo, una morte dignitosa.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per oltre 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Così qualche tempo fa ho detto sì ad un’amica che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Un impegno che mi onora e che tengo ad assolvere con il massimo impegno. Tanto più ora. È un debito di gioia e di riconoscenza che mi lega a Giovanna, da qualunque parte mi guardi.

2 commenti

  1. Giovanni:

    L’ipocrisia e’ uno dei tanti mali mali che affligono l’Italia perbenista. Se viene adoperata da un giornalista produce danni notevoli. Il S. Camillo e’ un DEA di II livello non un Hospice! La sua funzione non e’ assistere i morenti ma trattare malati cercando di guarirli o, almeno, stabilizzarli. E’ stata deficitaria la gestione domiciliare o quella della struttura sanitaria che ha trattato in precedenza il paziente. Per cortesia fate corretta informazione ed in particolare approfondite la fase precedente del percorso assistenziale. Il S. Camillo ha tantissimi problemi con responsabilita’ diffuse: politiche, amministrative, sanitarie. Tuttavia chiedere che faccia da hospice e’ eccessivo! Forse se Lei si impegnasse insieme a tanti suoi colleghi a trasformarlo in Fondazione si farebbe un passettino avanti. Grazie

  2. Vidas:

    Gentile Giovanni,
    la ringraziamo anzitutto per aver voluto condividere con noi le sue riflessioni. Il nostro scopo non era certamente mettere sotto accusa una struttura come il San Camillo né pretendere che agisca in funzione di hospice. Riteniamo però che riflettere su un fatto di cronaca come questo sia utile per fare sensibilizzazione in merito a una legge ancora poco conosciuta come la 38/2010 che sancisce il diritto all’accesso a cure palliative e terapia del dolore. Come lei stesso sottolinea, ci sono state diverse lacune nel percorso di cura di quest’uomo la cui tragica morte ha fatto notizia. Da sempre noi ci battiamo per garantire la dignità della vita fino all’ultimo istante e sottolineare come inguaribilità e incurabilità siano concetti distinti: anche se non è più possibile sperare nella guarigione, si può e si deve poter contare sulla cura.

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