Le chiedo se abbia voglia di un caffè porgendole il braccio

Il percorso di malattia è una prova dolorosa e difficile per i pazienti e spesso ci si concentra su di loro dimenticando che è tutto il nucleo familiare che si “ammala”. Abbiamo visto mogli, mariti, figli, genitori arrivare alla fine di un lungo cammino distrutti non solo emotivamente ma anche fisicamente. Ed è qui che i nostri volontari hanno risposto con quello slancio che li rende così speciali. Avevo chiesto ad alcuni di loro la disponibilità a trascorrere alcune notti in camere con un paziente che necessitava la presenza costante di qualcuno per essere tranquillizzato e per non farsi del male. La moglie, sempre presente, aveva bisogno di alcune notti di sonno per ritrovare un minimo di energia. Non era la sola. Giordano ci racconta quella notte e cos’ha provato.

Le chiedo se abbia voglia di un caffè porgendole il braccio

Può capitare che una sera, Vidas abbia bisogno un supporto per cercare di aiutare ad alleviare una persona dalla fatica nel vedere spegnersi il compagno di una vita. Un supporto sin troppo semplice sulla carta: passare una notte in sostituzione del congiunto e “presidiare” il degente stando al suo fianco per cercare di aiutarlo nella gestione della malattia, cercare di segnalare al personale preposto quello che potrebbe rappresentare un pericolo o solamente un inizio di una fase sofferente in modo da poter intervenire immediatamente.

Può capitare che la prima notte passi lentamente e la situazione clinica resti abbastanza stabile così che con un caffè arriva mattina saluti il personale e te ne vai contento di esser riuscito a dedicare un aiuto ad una persona estremamente stanca e sfiancata dal supplizio di vedere il proprio caro spegnersi poco alla volta giorno dopo giorno.

La seconda notte, a distanza di 5 giorni ha sempre gli stessi obiettivi, ma ti accorgi subito (anche con soli due anni di esperienza sulle spalle), che purtroppo sarà una notte estremamente tranquilla: la malattia ha oramai completato il suo percorso, per il “lungo viaggio” manca poco. La situazione è purtroppo sin troppo chiara: respiro lento oltre che affannoso con il degente immobile nella sua posizione per molte ore. Tu sei presente ma non puoi essere d’aiuto e ti fai piccolo, piccolo, innanzi a quel percorso cui nessuno può mancare, e ti senti inerme, ti intristisci e ti senti inutile.

In piena notte le condizioni si aggravano a vista d’occhio, viene convocata la moglie e resti a passeggiare nel corridoio per sgranchirti gli arti. Nel frattempo la cortesia del personale ti chiede se gradisci un caffè che gusteremo insieme appena “finito il giro”.

Ed ecco che nel silenzio della notte, nello stesso corridoio, senti lamentarsi un degente da una camera vicina, poco lontana da quella in cui non puoi più essere d’aiuto. Ti precipiti a cercare di capire la situazione e ti accorgi che quest’uomo ha la moglie accanto. Questa donna, subito al primo sguardo trasmette dolcezza tranquillità e pazienza, sa che prima o poi dovrà succedere ma perdere il compagno di una vita è una fase che è ancora molto lontano. Il paziente è in preda ad una strana agitazione (occhi socchiusi, chiede insistentemente di potersi lavare e in piena notte vuole alzarsi per camminare, per fuggire), la moglie impaurita mi chiede un aiuto perché “mio marito non si è mai comportato così, sa, siamo insieme da 60 anni”.

Vai a chiamare l’infermiera, gli spieghi nel corridoio mentre l’accompagni verso la stanza, cosa hai visto e appena entra nella stessa vede in diretta quanto gli ho raccontato. Nel giro di pochi minuti interviene con dei farmaci ed il malato ritorna tranquillo come se non fosse successo niente. Dopo essere intervenuta l’operatrice si sofferma alcuni minuti con la moglie comunicando che deve prepararsi ad essere forte, in quanto queste manifestazioni sono l’annuncio dell’ultimo treno…

L’infermiera si allontana, continua nel suo lavoro e la signora con cui ha appena dialogato resta nel corridoio impietrita, traballa sulle gambe, si tiene al corrimano, sguardo fisso nel vuoto, tranquillità persa completamente. Decido di intervenire, capisco che forse potrei essere d’aiuto a qualcuno. Intanto un segnale dal fondo del corridoio mi fa capire che è giunto il momento del caffè. Passo davanti alla signora, con un filo di voce per non disturbare il suo dolore, le chiedo se abbia voglia di un caffè porgendole il braccio. La risposta è inequivocabile anche senza pronunciare una sillaba: mi appoggia sul braccio la mano e la scorre sino a raggiungere la mia stringendola. Un brivido mi corre lungo la schiena, la sensazione di difficoltà che mi aveva trasmesso era corretta ed allora capisco che forse riesco ad essere utile anche questa notte. Camminiamo nel corridoio mano nella mano, raggiungiamo la cucina, le porgo una sedia e beviamo un caffè.

Finito il caffè, mentre l’aiuto ad alzarsi, provo a stemperare la tensione presente sul volto della signora con una domanda aperta. Mi ritrovo mentre torniamo verso la stanza a tenerla stretta su un fianco, mentre appoggio la sua mano alla mia e questa donna si apre verbalmente a tutte le sue umane paure. Siamo a fine anno, le figlie anche se grandi sono in montagna e “non sono preparate a quest’evento”, “neanche io pensavo fosse così a breve”, “ho passato la mia vita con Lui”, “sino ad un paio di mesi fa addirittura continuava a lavoricchiare” e via dicendo. Rientriamo in camera e così facendo troviamo il marito tranquillo nel letto dopo il trattamento farmacologico; anche lei comincia a rilassarsi e sulla porta della stanza continua a parlare con davanti adesso una situazione più chiara anche se cupa: discutiamo in corridoio per circa 15 minuti di quei segnali che non si aspettava.

Nel frattempo sono passate le ore piccole della notte, è arrivata la moglie del paziente iniziale convocata dal personale per restare a fianco al marito negli ultimi istanti della sua vita. Spiego poco (purtroppo la vista è fin troppo dura), chiamo l’infermiera e saluto questa donna che ha sin troppo chiara la situazione.

Torno nella camera vicina e trovo fortunatamente una donna che ha ripreso parte della lucidità perduta, seduta al fianco al marito, tenergli una mano tra le sue e sicuramente malgrado una vita insieme “raccontarsi ancora qualcosa” anche solo con il pensiero.

Saluto, spiegando che rientro al mio domicilio per fine turno, e mi congeda con un grande abbraccio ed un grazie pieno di rispetto, gratitudine e calore. Forse anche oggi sono riuscito a rendermi utile, ho condiviso emozioni veramente intense con chi ne aveva bisogno e si era trovata completamente sola e spiazzata nel cuore della notte a gestire forse le più drammatiche notizie della sua vita.

 


Monica

Sono Monica Pontremoli o Moni e lavoro in casa Vidas come coordinadrice dei volontari della degenza dopo essere stata volontaria per qualche anno. Sono mamma di tre ragazzi adoloscenti e di un'adorabile labrador nera. Adoro tante cose : la natura, il silenzio, il buon cibo e il buon vino meglio se condiviso in compagnia, la lettura, il cinema e viaggiare. Credo di essere una donna ottimista e positiva ma detesto i soprusi.

1 commento

  1. federica giussani:

    Giordi,
    grazie! non è così facile raccontarlo….
    bravo, bravo nel DNA!
    grazie!
    federica

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