Forse le lacrime sono una risposta

In stanza Zinnia Armando sta esalando gli ultimi respiri. Luisa lo accarezza e piange, lo chiama: “Non lasciarmi, non posso stare senza di te, non farlo, ti prego”. Vedo la sua schiena un po’ curva, i capelli bianchi arricciati con i bigodini tra i quali si intravede il cuoio capelluto roseo. Armando ha 85 anni, Luisa 80. Sono insieme da 60 anni, hanno condiviso l’intera vita, sento il dolore di Luisa come palpabile, riconosco il suo dolore come un dolore che potrebbe essere anche il mio. Provo a consolare lei, e trattengo a fatica il mio pianto, cui do libero sfogo subito dopo, insieme a Terry, l’operatrice sociosanitaria presente in stanza con me.

Maria di anni ne ha 70 e ha capito perfettamente che sta morendo, me lo spiega e fa un bilancio sereno della sua vita, grata e consapevole per quello che ha avuto. “Forse proprio perché ho avuto tanto, mi dispiace andarmene. Avrei voluto vedere crescere un po’ di più i miei nipoti, soprattutto il piccolino. Sa, dottoressa, che l’altro giorno mi ha fatto promettere che guarirò? Vuole che vada a prenderlo a scuola materna, come facevo prima.” Qui la sua voce si spezza, gli occhi si inondano di lacrime. Anche i miei. Taccio, le sorrido, le stringo la mano. Stiamo così, insieme, finché non riusciamo entrambe a ricominciare a parlare.

Forse le lacrime sono una risposta

Daniele ha 34 anni, è figlio unico, bello come il sole, un giovane ingegnere pieno di speranze. In pochi mesi una malattia terribile lo porta qui in hospice, dove starà un mese. Quando incontro il papà, poche ore dopo il decesso, piangiamo insieme, abbracciati.

Non sempre ci sono parole. A volte di fronte al dolore ci si può solo riconoscere uomini e donne, uguali, io con il camice, tu no, io qui in piedi, tu sdraiato nel letto. Le lacrime sono un segno possibile di questa umanità che ci accomuna. Forse, mi dico, sono una risposta.

Eppure all’Università non insegnano a consolare né tanto meno a piangere, lo dice bene L. Gambill in questo pezzo di cui condivido tutto dalla prima all’ultima riga.

“Non tocca a te piangerla”.

Questa affermazione, da un altro medico, ore dopo che Ava era morta e mentre lacrime represse scendevano sul mio viso, mi lasciò mortificata e imbarazzata.

Il messaggio: era una mia paziente, non mia figlia.

Non importava la quantità di tempo e tenerezza che avevo riversato nel curarla nel corso del mese che aveva trascorso in terapia intensiva pediatrica. Non avevo il diritto di piangere la sua morte. Sono un dottore.

Come medico interno, spesso trascorro molte ore con i pazienti e le loro famiglie. Sono il primo viso che vedono all’alba durante primo giro delle visite e l’ultimo che vedono la notte durante il giro serale. Sono la prima persona che l’infermiera chiama quando è preoccupata e sono l’ultima rimasta al capezzale quando le cose si sono stabilizzate a sufficienza perché il medico di servizio possa ottenere qualche minuto di sonno e l’infermiera possa controllare i suoi altri pazienti. Durante queste lunghe e spesso ardue ore, riesco a formare un legame unico con queste famiglie.

A causa di questa connessione così potente, gioco un ruolo importante nell’aiutare le famiglie a iniziare il processo del lutto quando un bambino muore. Letteratura medica, regolamenti e percorsi di studi ci aiutano a gestire queste situazioni devastanti. C’è un flusso apparentemente infinito di pareri su cosa dire e cosa non dire a una famiglia in lutto.

In stridente contrasto, tuttavia, è la mancanza di consigli quando si tratta di fare fronte al nostro stesso dolore associato alla perdita di un paziente.

Invece, la didattica implicita in medicina ci insegna a prendere le distanze e creare confini di protezione. Provare e rivelare troppe emozioni non solo è considerato poco professionale; si tratta di un segno di debolezza.

Questo atteggiamento è irrealistico e dannoso. La letteratura medica che analizza le reazioni dei dottori alla morte di un paziente è limitata, ma ciò che esiste è allarmante. I medici spesso sperimentano senso di colpa, impotenza, insicurezza, isolamento, fallimento, senso di inutilità e disperazione dopo la morte di un paziente. Se non affrontati, questi sentimenti possono portare ad accresciute distrazioni, errori medici e burnout.

Quando Ava morì, provai questi sentimenti paralizzanti. Inizialmente tentai di ignorarli; ma non era sostenibile. Mi sentivo isolata e distaccata. Non ero più capace di espormi col cuore per pazienti che ancora avevano bisogno della mia empatia e della mia cura.

Le istituzioni in tutto il paese, cominciando a riconoscere e comprendere meglio il dolore che proviamo, stanno sviluppando apprezzabili e innovativi modi per concentrarsi sul benessere del medico e su salutari capacità di reazione. Attraverso risorse quali i gruppi di supporto, il sostegno di professionisti della salute mentale e le cerimonie di commemorazione, la cultura medica sta cambiando.

Ho avuto la fortuna di partecipare ad alcuni di questi percorsi di terapia e riflettere sulla vita e la morte di Ava. Ho iniziato a realizzare appieno quanto lei mi avesse cambiato come persona, e come medico, nel corso del mese trascorso come suo dottore. Alla fine ho potuto concludere che, mentre io ero “solo” il suo dottore, toccava a me piangere Ava.

Dando a me stessa il permesso di vivere il lutto, senza paura che così facendo dimostrassi di essere poco professionale o debole, sono stata in grado di elaborare i sentimenti di fallimento e colpa in modo sano. Affrontando il mio dolore invece di nasconderlo, sarò in grado di continuare ad aprire il mio cuore ai pazienti e alle loro famiglie senza rischiare il burn out. Questo non è soltanto un beneficio personale, ma una mia responsabilità professionale al fine di garantire le migliori cure ai miei pazienti.

Questa lezione, che come medico non solo mi autorizza a piangere ma anzi mi obbliga a vivere il lutto, non è qualcosa che ho mai trovato in un libro di testo o sentito a una conferenza alla scuola di medicina. Potrebbe, tuttavia, essere la cosa più importante che ho imparato sulla medicina fino ad ora.

Lauren Gambill, “Doctors grieve too:
A lesson I did not learn in medical school”.

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Giada

Sono medico, ho 40 anni da un po', da più di 20 mi occupo di cure palliative. Sono sposata con Giovanni, compagno di liceo. Ho due figli e un piccolo cane. Mi piacciono le cose semplici, le linee essenziali, lo stile minimale. Mi piace l’acqua per la sua capacità di adattarsi rapidamente ai contenitori e per la sua pazienza di modificare i profili delle cose. Se non avessi fatto il medico, avrei fatto il cuoco.

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