La storia di Etty, piccola cronista ad Auschwitz

Il giorno della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, 27 gennaio 1945, è stato scelto 15 anni fa dal parlamento italiano per ricordare l’Olocausto: il giorno della Memoria.
Due anni prima dell’ingresso delle truppe sovietiche, in quel lager era morta Etty Hillesum. Aveva 29 anni e fino all’ultimo è stata la “piccola cronista” capace di raccontare un’immane tragedia.
Il suo diario è stato per fortuna salvato e riproposto nella versione integrale nel 2014. Se oggi lo rammentiamo è per la straordinaria capacità di sottoporre ad attenta analisi ogni relazione di vita, amore per il sapere e per un ideale di conoscenza, sia pure mai realizzato.etty hillesumL’abisso del male e del suo mostruoso crescendo, del quale è vittima consapevole, non le fa mai perdere l’istinto civile, la consapevolezza che all’odio non si replica con l’odio:

Se uno delle SS dovesse prendermi a calci sino alla morte, alzerei gli occhi per guardarlo in viso e chiederei per puro interesse nei confronti dell’umanità: mio Dio, ragazzo, che cosa ti è mai capitato nella vita di tanto terrificante da spingerti a simili azioni?.

Etty rammenta l’infelice ragazzo della Gestapo che la interroga e si mette a urlare contro di lei: “il fatto storico è che io non ne provassi sdegno; anzi, mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli se avesse per caso avuto una giovinezza triste o fosse stato tradito dalla sua ragazza”.

Tale doloroso disorientamento non fa tuttavia di lei un’eroina inerme e timida. Etty è donna ricca di contraddizioni, di passioni intense di carne e spirito, di amore per gli altri:

Desidero ancora perdermi in ogni cosa e in tutti; è la sensazione di voler vivere in armonia con tutto quello che esiste.

Come può la ragione indurre all’ottimismo in un simile contesto? Può se nel “cuore pensante” di quella giovane donna c’è la voglia di non volere mai smettere di sognare:

Penso ai paesi stranieri per i quali partirò- lo so con sempre maggiore certezza, con un’irrequietezza giovanile che si fa certezza- e i tanti volti che saranno altrettanti paesaggi che un giorno raggiungerò.

I quaderni (Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi editore) parlano così di vita che scorre e insieme di progetti:

C’è la guerra, ci sono i campi, conosco la persecuzione, l’odio imponente, l’oppressione, il sadismo. Eppure, in un momento di abbandono, mi ritrovo sul petto nudo della vita e le sue braccia mi circondano. Sento il battuto del suo cuore, lento e dolce, così fedele come non dovesse arrestarsi mai, così buono e misericordioso. Sento la vita in questo modo, né credo che una guerra o altre insensate barbarie umane potranno cambiare qualcosa.

Perciò il diario di Etty pare a noi uno straordinario inno alla vita:

Secondo la radio inglese, dall’aprile scorso (1942,ndr) sono morti 700mila ebrei. Sono già morta mille volte in mille campi. In un modo o nell’altro so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto.

Siamo accanto a lei quando giunge l’ora della partenza di un treno sul quale si viaggia gratis per sola andata:

Nulla offusca i miei pensieri e i mie sentimenti. Posso sopportare tutto perché la coscienza del bene che c’è stato nella mia vita non è stata soppiantata da tutte queste altre cose, anzi diventa sempre più parte di me.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Potevo scrivere libri, ma poi mi sono chiesto se avevo davvero qualcosa di importante da dire. Risposta: no. Il sì’ l’ho invece detto all’amica Giovanna che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Perché sì? Perché avevo qualcosa da dare a chi è solo e soffre. E poi a Giovanna, meglio alla signora Cavazzoni, non si può dire no. E se capiterà vi spiegherò la ragione.

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