“Una bambina senza stella” rievoca la memoria del vissuto

Un racconto a due voci, meglio, una voce e il suo controcanto. La voce è quella di una signora avanti negli anni, colta e attenta, finanche didascalica, che inanella, in una lunga serie, ricordi infantili. Dalla nascita alle soglie della pubertà, a iniziare dal 1938. Anni drammatici e irripetibili, di famiglie spezzate, separate, travolte da eventi che, per le generazioni nate dopo, conservano un’irriducibile incomprensibilità.
Il controcanto è quello della psicoterapeuta, che analizza quegli episodi e, in tralice, svolge, pezzo a pezzo, la costruzione dell’identità di una bambina – così si riferisce a se stessa, con un termine generico, per la volontà di marcare una distanza tra sé e se stessa, e sottrarre la narrazione, “almeno in parte, all’egocentrismo dell’autobiografia” – che è lei stessa. Le due voci appartengono infatti, entrambe, a Silvia Vegetti Finzi, psicoterapeuta, giornalista, scrittrice prolifica e grande amica di Vidas, che, nell’ultimo libro, Una bambina senza stella, rievoca la memoria di quel che ha vissuto –e sofferto- sin da piccolissima.

Una bambina senza stella

È stata, in effetti – lo sguardo è il mio, di me che sono nata alla metà degli anni Settanta, fulgidi e contestatari, anni luce lontani nella concezione di ciò che è ‘famiglia’, unità di genitori e figli – un’infanzia terribile, la sua.

Nata nel 1938, all’indomani dell’entrata in vigore delle leggi razziali, pur non avendo mai dovuto esibire il marchio, infamante, della stella – cui il titolo si riferisce – di David, l’essere figlia di padre ebreo ha significato per la bambina di venir affidata ad una balia dalla madre che, con figlio maggiore e marito, fugge in Abissinia da cui non tornerà, con il primo, che cinque anni più tardi. Il padre non conoscerà la figlia che alla fine del conflitto mondiale.

La bimba, nell’arco di sei mesi dalla balia viene passata, pacco indesiderato, ad una zia paterna e, alla morte di questa, prima di compiere i due anni più tardi, si ritrova nella campagna mantovana, in un casolare contadino dove vive una famiglia allargata di altri zii. Qui la madre la ritroverà e da lì, con i due figli, si sposterà prima a Brescia e poi a Manerbio, dovei tre vivranno fino alla fine della guerra.

Questa la topografia soltanto fisica che disegna, di riflesso, una mappa emotiva. La bambina, pur non essendolo, cresce orfana e, al tempo stesso, si sceglie una famiglia, surrogando, a mo’ di genitori, una coppia di zii più capaci di accudimento, tiepida discontinuità in un ambiente conservatore e poco avvezzo all’ascolto delle istanze proprie all’età infantile. Nella fissità e durezza di vita e nell’arretratezza dei costumi, i bambini sono lasciati a loro stessi, con pesanti limitazioni al loro sperimentare il mondo: non si può uscire dall’aia, non ci si deve sporcare, si devono portare ancora ancora bustino e reggicalze sotto strati di abiti. Quando la mamma tornerà, del resto, sarà incapace di colmare la distanza scavata da lunghi anni di estraneità. E la bambina taciturna, incline alla malinconia, più protesa verso il proprio mondo interiore, di fantasie a occhi aperti, che quello che vive e incalza là fuori, già bollata come sciocca, ochina, non potrà che alienarsi ancora di più, allontanandosi dagli adulti e dalle regole della convivenza, dell’opportunità, della socievolezza.

La solitudine dolorosa della bambina è la condizione dominante nel libro, che procede per racconti minimi e con ritmo, a detta della stessa autrice, sussultorio, frammentato – poiché tali sono i ricordi. Allo stesso tempo, quel che ne costituisce la bellezza è l’esibizione puntuale della forza della stessa bambina, la strenua capacità di resistenzaresilienza, forse, con gergo tecnicamente più preciso. Ciò che differenzia l’infanzia dalla vecchiaia è questo: i bambini hanno la capacità di sopportare anche la più intensa delle sofferenze, il trovarsi da soli, in un ambiente per tanti versi ostile, perché segnato dalla penuria e dalla minaccia di morte incombente – gli allarmi antiaerei sono elemento ricorrente nel libro. Così, gli adulti, logorati nel corpo e nello spirito, si rivelano freddi, indifferenti, svuotati di speranza e di futuro. Non così i bambini. Loro crescono lo stesso – anzi, se quel che fa crescere è la frustrazione, anche più in fretta. E, prima o dopo, finiscono per riscattarsi. Alla bambina che, dopo la guerra, insieme al papà ha avuto una sorellina, su cui trasferire, nel rispecchiamento che è compensazione, il bisogno di accudimento proprio, sopito per anni, la preparazione per l’esame della prima media restituirà il bene, sottratto da un giudizio troppo frettoloso, dell’intelligenza. La sua insegnante la giudicherà più sveglia degli altri due maschi che prepara.

Un libro che si consuma fin troppo in fretta, questo – pur se, su qualche pagina, ho cercato di fermarmi di più, di darmi più tempo, di assaporarne gli strati sovrapposti, com’erano i vestiti della bambina: guerra, antisemitismo, memoria, infanzia. La voce che riporta a galla le immagini e quella che le svolge, e distende per guardarle meglio e insieme a distanza riecheggiano – e, sommessamente, continuano a parlare all’orecchio.


Daniela

Poche certezze – donna, senz'altro, almeno a giudicare dal tasso di isteria delle giornate; mamma, e qui non c'è nemmeno da scervellarsi, la pargola è lì, costante pro-memoria; lavoratrice, e non più professionista, meglio il fare all'essere che a Vidas è comunicare, organizzare, pensare (solo a tratti, e più raramente). Lettrice sempre più incostante, spettatrice ormai sporadica, pennaiola intermittente, di recente sono passata a matita, pennello, mano su creta. Essere umano, direi. Senza pretendere troppo.

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