Una morte dolcissima, racconto biografico di Simone de Beauvoir

Nel racconto biografico di Simone de Beauvoir prevalgono due aspetti: la testimonianza e la contraddizione. Sono gli aspetti peculiari di qualunque storia vera. La vicenda biografica può essere abbellita, ripensata, ridotta nelle sue asperità. Quando questo accade, tutto sembra filare liscio e l’oscurità inevitabile è rischiarata dalla frase ad effetto. Una morte dolcissima, fortunatamente, racconta un’altra storia, quella di Françoise, la madre malata di cancro (inconsapevole della prognosi), Simone e Poupette, figlie, sorelle e care-giver.Una morte dolcissima

Come in ogni testimonianza che si rispetti i contrasti sono molteplici e derivano dai mai risolti scontri tra realtà e pensiero, tra fatto e idea. Non deve, quindi, stupire se nelle cento pagine del libro, si assisterà al contrasto di sentimenti nei confronti dei medici – il tecnico contro l’umano –, della speranza – il desiderio di continuità contro la tentazione di porre fine al male –, della malattia – liberazione e prigione. Insomma, si sfoglierà un mese di vita colto dagli occhi della figlia e dalla penna della scrittrice.

Ogni storia del morire che non narra dell’improvviso spegnersi (l’attimo fatale prima dello schianto, il dolore disonesto prima dell’infarto e tanti altri decessi estemporanei, feroci e comprensivi al contempo), inizia da una malattia. Ospite non gradito ha, però, la forza di aggregare. Certo, tale forza è sempre più contrastata dalla cultura contemporanea, nella quale sembra imporsi la solitudine più spietata, quella del morente, di chi ormai non riesce a cogliere nel presente l’affettività sconfitta dall’isolamento. Non è, però, il caso di Françoise, la cui malattia e successiva morte sono gli interruttori che accendono il desiderio di incontro, condivisione e riflessione.

Nella sua stanza, la presenza attiva, pur spezzettata dagli orari dell’ospedale, non manca mai e la malata, vitalizzata dall’accompagnamento variegato delle figlie, degli operatori sanitari e degli amici, pur immersa nella paura e nella sofferenza, gode della partecipazione degli altri. È un piacere talmente intenso da indurla a ribellarsi idealmente contro il sonno chimico.

«Oggi, non ho vissuto». «Perdo giorni». Ogni giornata conservava per lei un valore insostituibile. E stava per morire.

Il corpo subisce la stangata della malattia, si piega abbrutito dal dolore, comunica una stanchezza di vivere spesso non condivisa dall’anima. Il corpo è manifestazione e un corpo malato esprime fatica. Malgrado ciò, quel non farcela più talmente ovvio allo sguardo, nasconde la vitalità dello spirito, vivace e battagliero.

Simone fatica a riconosce il corpo estraneo della madre, eppure è legata ad esso con forza, perché ne riconosce il valore. Il povero corpo martoriato, immagine falsata di una donna viva, pur sfiancando il malato e colui che lo accudisce, pur ricordandoci del nostro limite, ci coinvolge e ci responsabilizza. 

Il corpo debilitato, infatti, implica la compagnia, l’affetto ma anche la cura tecnica. Quest’ultima coinvolge la figura del medico, estraneo a cui affidare gli aspetti che ci sono più cari e intimi, ovvero la nostra vita e il desiderio di morire con dignità. La relazione tra il medico, il paziente e i familiari è spesso un vaso di Pandora, colmo di incomprensioni e conflitto, di fiducia e stima.
Simone vive un altro dissidio: il disprezzo nei confronti dei medici tecnicizzati e la simpatia verso i medici risolutamente aperti all’umano.

La rabbia nei confronti dei tecnici, che sembrano curare un corpo-macchina anziché un corpo-persona, non offusca la fiducia nei confronti di chi cura la madre riuscendo a scindere l’atto tecnico, da effettuare sul corpo, da quello relazionale, da proporre alla persona. Chi ci riesce individua nell’altro una sofferenza originale e nel parente una preoccupazione in attesa di risposte.

Mi era simpatico, il dottor P. Non si dava arie, parlava a mamma come una persona normale e rispondeva di buon grado alle mie domande.

La relazione in ospedale si svolge ai confini dell’esistenza. Non necessita di sofismi, né di tecnicismi. Per realizzarsi ha bisogno dell’essenziale: lo sguardo, l’ascolto, il tatto. L’uomo malato, e ancora di più l’uomo che muore, attende dall’altro la naturalezza, in opposizione all’artificiosità del distacco o del paternalismo. Non sempre è richiesta la verità e l’omissione di un dato o della prognosi non altera il rapporto. Tuttavia, se in alcuni casi la verità non è d’aiuto è nondimeno d’obbligo l’onestà.
Esiste davvero una differenza tra i due termini? Sì, se si considera il contesto. Qui la verità è il cancro e l’onesta è la speranza, garanzia di attimi di felicità, della madre morente.

Simone si sente colpevole di fronte alla madre che combatte la sua battaglia contro una finta peritonite, inconsapevole di aver già perso la guerra contro il cancro.

Mamma ci credeva accanto a sé. Ma noi già stavamo dall’altra parte della sua storia. Genio maligno e onnisciente, io conoscevo quel che stava per avvenire, mentre lei si dibatteva lontanissima, nella solitudine umana. Il suo accanimento a guarire, la sua pazienza, il suo coraggio, tutto era insidiosamente minato.

Eppure, quel non sapere diventa speranza, comprensione di una fine che si avvicina, ma pretesa di vita di chi resiste. Non illusione patetica e nemmeno inconsapevolezza penosa, ma piuttosto accettazione della malattia (intesa nella sua accezione più ampia) e desiderio di relazione. Ciò che è stato omesso è verità non comunicata o atto disonesto? Non comunicare il cancro è forse una colpa impossibile da riscattare, ma Françoise, donna intelligente e sveglia, sembra, da parte sua, voler ignorare volutamente quel male, decisa a combattere e a vivere quel pezzo di esistenza rimasto.

È difficile spiegare la sintesi tra la fine evidente e la disperata lotta contro la morte. Nel caso di Françoise il risultato è felice: la malattia e la morte non provocano depressione e chiusura, ma, risultato straordinario, gioia e attesa. Gioia per l’affetto delle figlie, gioia per le visite ricevute, gioia per le cure e attesa di rivivere per un altro giorno simile letizia.

La contraddizione più significativa riguarda proprio il significato profondo della stessa malattia, quel cancro omicida del corpo, ma incapace di colpire l’anima che, anzi, sembra rinascere, sfidata dal patire, e desiderosa di trasfigurare ogni istante della realtà. Françoise, per esempio, decide di prestare la sua amata casa (lo spazio, ormai vuoto, che custodiva gelosamente) all’infermiera messa alla porta dal padrone di casa. È un gesto nuovo, l’offerta delicata sbocciata dal dolore.

La malattia aveva infranto la corazza dei pregiudizi e delle sue pretese: forse perché non sentiva più il bisogno di questi mezzi difensivi. Basta con le rinunce e coi sacrifici: suo primo dovere era ristabilirsi, quindi preoccuparsi di sé; abbandonarsi senza scrupolo a quello che desiderava e che le faceva piacere, si sentiva infine libera dal risentimento. La sua bellezza e il suo sorriso esprimevano, risuscitati, un pacifico accordo con se stessa e, su quel letto d’agonia, una specie di felicità.

Si presenta ai nostri occhi la contraddizione per eccellenza: la malattia, dolore per chi subisce e sofferenza per chi osserva, può presentarsi come liberazione? Non esiste una risposta oggettiva, ma possiamo riflettere su quella di Françoise de Beauvoir e concludere che la sofferenza è spesso la più insospettabile creatrice di bellezza inaspettata, di incanto imprevisto.

La morte arriva implacabile e resta il dolore delle due figlie, qualche rimpianto, la certezza di essere state con la madre fino all’ultimo istante. Simone de Beauvoir torna alla sua vita e conclude la sua piccola storia di una morte.

Ci lascia però due finali. Il primo, facilmente rintracciabile perché posto a chiusura del suo racconto, ci ricorda come la morte sia sempre una violenza, un’interruzione dell’amato. Innegabile conclusione, limitata, tuttavia, a cogliere l’elemento parziale della nostra condizione di esseri terminali.

A metà libro, invece, la scrittrice francese regala al lettore attento un’altra conclusione – vera nel senso più profonda della parola, verrebbe da azzardare:

Ho compreso per mio conto, fino al midollo delle ossa, che negli ultimi istanti di un moribondo si può racchiudere l’infinito.

Eccola la chiave. Ecco spiegate le tante contraddizioni di una testimonianza attendibile. L’infinito racchiuso negli attimi finali del morente è inenarrabile. Ci è concesso di comprendere una parte di quelle emozioni e, ammaliati dal Mistero, provare a farle nostre, a descriverle. Ne vengono fuori racconti d’amore segnati dal nostro limite, espressioni parziali della verità a cui siamo destinati.


GiuseppeC

Sono Giuseppe Costanzo, catanese, da poco in Vidas e a Milano. Appassionato di narrativa, scrivo spesso di etica sociale e antropologia. Dopo tanto vagare e qualche mese nel sud delle Filippine, ho capito che l’impegno lo vivi ovunque e che la realtà ti provoca anche mentre stai seduto ad osservare il mare. Non so bene chi sono, ma faccio mia la convinzione di Unamuno: “E questo è il cardine di tutta la vita: che l'uomo sappia chi vuole essere”.

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