Ogni malato scrive la propria storia. La malattia secondo Alberto Barrera Tyszka

Ogni malato scrive la propria storia. I racconti che parlano di malattie hanno un altro ordine, un altro ritmo. Non si ripetono mai, benché tutti abbiano lo stesso finale.

La citazione tratta dal romanzo La malattia, dello scrittore venezuelano Alberto Barrera Tyszka, è la perfetta sintesi della storia di Andrés e Javier Miranda.

Ogni malato scrive la propria storia

Andrés è un internista e il cancro del padre lo obbliga a confrontarsi con la malattia e la morte in modo nuovo. Non più fatto oggettivo da comunicare con professionalità, ma evento drammatico che coinvolge la persona amata. La situazione è nuova, sconvolge ogni cosa e mette in crisi il figlio e soprattutto il medico. Perché Andrés è un medico e crede nell’onestà, nella comunicazione veritiera, aperta. Ci crede al punto da vivere una profonda crisi personale quando avverte il dovere e la paura di dire al padre: stai morendo.

Sullo sfondo, la storia di un suo paziente, ossessionato dalla sua malattia, più psichica che fisica, intento a scrivere email contenenti richieste d’aiuto, resoconti di malori, propositi di guarigione. Andrés leggerà solo la prima email, a cui decide di non rispondere. Le altre saranno raccolte dalla segretaria che, immedesimatasi nelle vicende di questo strano paziente, decide di rispondere a nome del dottore nel tentativo di aiutarlo e accompagnarlo.

A seguito di un malore, Andrés convince a fatica il padre a sottoporsi ad alcuni accertamenti i cui risultati sono infausti: carcinoma spinocellulare. La notizia provoca la prima scossa emotiva in Andrés obbligato, per la prima volta, ad immedesimarsi nel ruolo di destinatario e non di mittente:

Appena entra nel suo ambulatorio, appena chiude la porta, inizia a tremare. Sente che, all’improvviso, il corpo respira in un altro modo, con altri suoni e altri movimenti […].Adesso quest’ansia ha finalmente una forma: la faccia del primario di radiologia, quello sguardo schivo, quell’espressione rassegnata. Andrés ha visto troppe volte quella smorfia. Lui stesso ha dovuto dipingersela in faccia in più di un’occasione. È l’immagine che accompagna una brutta notizia clinica, un anticipo di condoglianze.

La paura si identifica in un nome, in un viso. L’amore per il padre è un sentimento impudente, espressione di umano disprezzo nei confronti della morte per la sua pretesa vincente di annientamento del legame che unisce all’altro. Comunicare la notizia è l’atto più drammatico, l’accettazione della fine.
Andrés non riesce a farlo, forse perché l’altro assume per la prima volta un volto.
Andrés contatta il padre telefonicamente, ma non a riesce dire la verità, anzi giura che non è stato riscontrato nulla di grave. Cosa succede? Perché il medico capace di affrontare anche la diagnosi più infausta, non riesce a ammettere la presenza di male evidente?

I motivi sono principalmente due. Andrés ragiona ancora come un medico e non riesce a identificarsi con la figura del figlio. Al telefono, mentre rassicura il padre intento a scherzare sulle sue condizioni, cataloga quel tipo di atteggiamento:

conosce anche questa forma di nervosismo. È un classico. Molti pazienti ricorrono a questa strategia, si pongono su una linea debole, in cui tutto è a metà fra il serio e il faceto; cercano di apparire normali quando in realtà sono terrorizzati e non hanno smesso di pensare, nemmeno per un secondo, al possibile risultato dei loro esami.

È il medico a pensare, a valutare, a decidere, mentre il figlio sembra rinchiuso in un dolore da cui non riesce a fuggire. Analizzando la condizione dell’altro, catalogandola per tipo di reazione, Andrés elude il problema, tecnicizza anche la comunicazione e si smarrisce nelle angosce generate dalle bugie dette a quella voce al telefono, impaurita e attenta a cogliere la verità.

Inoltre, la percezione della malattia è falsata dall’esperienza specialistica. Il medico Andrés non riesce a vedere oltre il tumore, terrorizzato dai suoi effetti che conosce a memoria, non guarda il padre, ma ciò che sta dentro di lui.

Quando questo dissidio lo incastra nell’ossessione, Andrés decide di parlare. Lo fa al ritorno da un viaggio con il padre. I due si recano nell’isola dove Javier aveva condotto il figlio ancora piccolo, dopo l’incidente aereo in cui era morta la madre. Sul traghetto, di ritorno a casa, ricomincia a trovare il coraggio di riconoscere il proprio limite, di riscoprirsi figlio.
E finalmente lo dice:

Hai un cancro papà, – dice Andrés all’improvviso. Sottovoce. Perché ci sono cose che si possono dire solo sottovoce.

Lo dice, e nel dirlo, la malattia di un paziente, generico e lontano, diventa la malattia del padre. Javier scopre, invece, di essere a un passo dalla fine e, stravolto, reagisce, ma, soprattutto, si chiede il perché:

Perché a me? Perché io? Da quella sera, Javier Miranda continua a ripeterselo. Come se si trattasse di un fatto personale, come se si rivolgesse all’ufficio reclami della natura e si sedesse lì a parlare con un responsabile. Perché io? perché a me? mentre si sottopone a nuovi accertamenti, a nuovi esami. Perché io? Perché a me? quando l’oncologo gli parla in un linguaggio incomprensibile. Perché io? Perché a me? al momento di sottoporsi a una nuova seduta di chemioterapia.

E così, dentro una struttura danneggiata e una pelle che non governa, Javier si allontana dal figlio, con il quale non riesce più a parlare. È una chiusura non voluta, imposta dagli avvenimenti. Un silenzio in grado di contrapporre un padre che vorrebbe ribellarsi a quelle cure invasive e attendere la fine vivendo, e un figlio, sempre più consapevole del limite di quelle cure con le quali vorrebbe curare il padre (un processo che lo porta a “riconoscere i limiti della medicina di fronte all’infinito potere della malattia”), ma incapace di parlare, di esprimere l’amore immenso che prova per lui.

– Parlami, – chiede con difficoltà, come si trascinasse la parola fino alle labbra. – Adesso parlami di noi. Il silenzio è un chiodo. La lingua di Andrés una pietra. Ma a un tratto capisce che è l’unica cosa che hanno, l’unica cosa che possono ancora condividere: le ultime parole. Quella voce debole, difficile, è la fine del corpo, l’unico pezzo di vita che rimane di loro, il suono. […] – Voglio andarmene così, – mormora suo padre. – Sentendoti parlare.

Il cambiamento è concluso: il figlio riconosce il limite della sua tecnica e il potere del suo affetto, e il padre si riappropria di quella presenza, di quell’essere lì per lui.


GiuseppeC

Sono Giuseppe Costanzo, catanese, da poco in Vidas e a Milano. Appassionato di narrativa, scrivo spesso di etica sociale e antropologia. Dopo tanto vagare e qualche mese nel sud delle Filippine, ho capito che l’impegno lo vivi ovunque e che la realtà ti provoca anche mentre stai seduto ad osservare il mare. Non so bene chi sono, ma faccio mia la convinzione di Unamuno: “E questo è il cardine di tutta la vita: che l'uomo sappia chi vuole essere”.

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