In città in estate per assistere i malati a domicilio

Il nostro insostituibile volontario della penna: Giuseppe Ceretti per fortuna non perde la sua anima di vero cronista. Qualche settimana fa si parlava immancabilmente delle giornate bollenti di questi giorni e dell’assistenza Vidas in estate. È stato un attimo e il cronista è partito “vorrei intervistare uno/a dei volontari che rimane in città in estate per assistere i malati a domicilio”. Detto, fatto. Non c’è molto da commentare, si può solo dire che il cronista ancora una volta ci stupisce. Buona lettura.

In città in estate per assistere i malati terminali

“Quando supero la soglia, chi mi accoglie diventa parte di me, sino all’ultimo istante”.

Ciò che colpisce di Enza, volontaria Vidas da più di tre anni, è la serenità che si riflette in quegli occhi sinceri che fanno da contrappunto a un eloquio pacato, senza incertezze, che rivela una serenità interiore. Eppure nella sua vita ha conosciuto istanti difficili, prove dolorose, l’ultima la più ardua: la perdita nel 2009 del marito, dopo 40 anni trascorsi assieme.

È così che il suo desiderio di essere utile “a quelli della porta accanto” s’è trasformato in un impegno. Prima i corsi di Vidas per i volontari, poi l’esperienza di assistenza domiciliare che non si interrompe nemmeno in estate: “Con quale frequenza? Due volte alla settimana per tre ore, anche più se necessario”.

Un impegno che Enza avverte dentro di sé, una spinta che le pare riduttivo spiegare con le parole: “In quelle case entro in punta di piedi, sapendo che il bisogno è dell’altro. Spesso basta uno sguardo per far capire: ecco, ora sono qui, ora sai che puoi contare su di me”.

Entrare nell’universo di chi soffre è come percorrere un sentiero impervio che sale su e su ancora, dalla sintonia sino all’empatia, alla comprensione dello stato d’animo altrui.
“Cerco prima di tutto di capire dove posso arrivare- spiega Enza- come se esplorassi un territorio sconosciuto, dove quasi sempre non ci siamo solo io e il malato fronte a fronte, ma figli, mariti, mogli. La mia esperienza suggerisce che sovente sono proprio i parenti che circondano il morente l’anello debole di questa catena esistenziale. Il malato è spesso conscio, come avesse raggiunto un equilibrio finale, una pace interiore che altri attorno a lui accettano a fatica”.

Come si comporta in questi casi?
Ascolto, ascolto e ancora una volta ascolto, perché ascoltare vuol dire capire anche ciò che sta dietro o, se preferisce, oltre le parole. È un esercizio di interpretazione, importante, entro il quale si può costruire il rapporto vero con l’assistito e il nucleo familiare”.

Succede?
“Talvolta capita di costruire relazioni d’amicizia che vanno oltre la dovuta assistenza. Ma non sempre è così e soprattutto vale il principio del rispetto. Bisogna comprendere come e quando si può essere utili. Essenziale è avvertire il necessario limite del nostro agire, senza tuttavia aver paura d’osare”.

Signora Enza, quando la richiesta d’aiuto si fa esplicita, che fa?
“Tutto. Parlo, chiedo se posso fare qualcosa. Se necessario riordino o lavo i piatti, sbrigo le necessità quotidiane. Ma soprattutto dialogo: piango, rido, scherzo. Non si sa come possa accadere in tempi tanto ristretti, ma succede e allora mi pare d’essere in famiglia, nella mia famiglia di quel momento. E scopro d’essere utile”.

Quale rapporto ha con le équipe mediche?
“Di grande rispetto. Prima di entrare in ogni casa ricevo informazioni e consigli e poi riferisco ciò che ho visto”.

Le capita d’essere in disaccordo?
“Sarebbe sciocco da parte mia, non avendo competenze professionali specifiche, parlare di dissenso. Diciamo che a volte avverto bisogni, mi lasci usare quest’espressione poco corretta, “non medici” che per forza di cose il personale medico ha meno possibilità d’avvertire. Un malato talvolta confessa problemi o più semplicemente desideri che fatica a esprimere, forse per pudore, all’équipe sanitaria”.

Enza prosegue nel suo racconto, guidata da una forte carica di passione che colpisce. Nelle parole dei malati, di chi ha bisogno di lei, scorrono racconti di vita, vengono allo scoperto, spontanei, sentimenti veri, forti che quelle persone avevano dentro di sé, sopiti. E con essi le gioie godute, i momenti lieti, ma anche gli errori, il pentimento per sofferenze inferte.
In quegli istanti ci sono, con tutta me stessa – dice Enza- ma alla fine trovo sempre la forza di separarmi, di non lasciarmi travolgere. Se non fossi capace di chiudere quella porta, non sarei in grado di aprirne un’altra, affrontare ciò che c’è oltre le nuove soglie. Ho la fortuna di sapermi riprendere da forti passaggi emotivi e il bene di ritrovare i miei figli, i nipoti, un contesto familiare che rigenera le mie forze interiori”.

Cosa le resta delle esperienze vissute e che cosa spera di trovare nelle prossime?
“Non aver paura della morte e la speranza di non recare sofferenze inutili a chi mi sta accanto. Nella mia vita ho cercato di dare tutta me stessa, nei limiti del possibile e voglio continuare finché avrò forza. Mi basta il sorriso di un malato, sia pure per un solo istante, non cerco altro”.

 


Raffaella

Amo il silenzio, soprattutto di prima mattina, e le persone che riflettono prima di parlare. Amo il cioccolato e le torte senza panna. Leggo di tutto. Sono mamma di due ragazzacci. Odio le palestre e amo la bicicletta, adoro nuotare, viaggiare. Sono antropologa, per qualifica e per passione. In Vidas mi occupo di comunicazione e cultura.

4 commenti

  1. GIOVANNI:

    Esprimo profonda ammirazione per queste persone altruiste che, con il loro aiuto ,
    danno un contributo tangibile all’assistenza dei malati …

    Il mio misero contributo e’ una goccia nel mare,…ma ci sara’ sempre….

    Auguro a tutti voi ogni bene…

    Giovanni

  2. raffaella:

    Grazie Giovanni,
    tante gocce fanno il mare…ogni bene anche a lei e grazie per essere con noi.

  3. federica:

    Eccoti Enza!
    Sei tu: serena, occhi grandi, ti muovi in punta di piedi e non hai paura…
    Un abbraccio!!!!
    fede

  4. Enza:

    Eccomi qui per ringraziare di vero cuore il sig. Ceretti

    Con le sue parole ha saputo cogliere il senso di quello che forse non ho saputo dire e

    spiegare bene, ma ha letto come dice nei miei occhi quello che sento.

    Spero che anche le persone che ho la fortuna di conoscere tramite il volontariato

    riescano ad avvertire il mio desiderio di alleviare momenti così duri e tristi nel dire addio

    a chi vogliamo bene, e quando riesco a strappare un sorriso mi sento felice.

    Io regalo il mio tempo ma loro donano a me molto di più.

    Grazie

    Enza

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