La ragazza dalle nove parrucche, Sophie van der Stap

“Scusi”, dico, vedendo ciocche dei miei capelli sparse sul parquet. “È che ormai va via così veloce”. La signora mi guarda nello specchio. Ho portato alcune mie fotografie per mostrare quali acconciature preferisco. Sono le foto che mi ha fatto Martijn tre settimane fa, quando avevo ancora i miei capelli. Somiglio sempre meno alla ragazza di quegli scatti, ora che le mie cellule cutanee stanno perdendo la battaglia contro la chemio (…) Tutte le pettinature mi trasformano in un travestito, e quando la signora mi porge un cespo di lunghi capelli scuri non posso fare a meno di pensare al chitarrista del Guns N’ Roses, ma seduto sulla mia testa. Un disastro.

Eccolo, l’inizio del libro “La ragazza dalle nove parrucche”: è la storia vera di Sophie van der Stap, nata ad Amsterdam l’11 giugno 1983. Ha 21 anni quando scopre di avere un tumore “aggressivo, metastatico e raro”. Un rabdomiosarcoma. “Dal fegato ai polmoni”, le comunica il Dottor K: è la prima tappa di un percorso lungo, registrato da Sophie prima in appunti, in un libro poi, con disperazione, rabbia, humor, zone di felicità e ricadute nella paura, tregue, fantasmi. Con ironia acutissima, a tratti feroce, e un linguaggio tenero e scabroso insieme.

9 parrucche

Questa ragazza parte dalle parrucche. Non è un caso che ne parli nelle prime righe: la simbologia è forte. Contrastata in un primo momento, poi accettata, poi consapevolmente ‘manipolata’ per inventarsi modi di essere diversi, un po’ salvifici. Nell’immagine di copertina c’è la Sophie dai capelli corti, scattata forse poco dopo l’uscita dalla malattia; in quella del retro (qui sotto) sei dei nove ‘personaggi’ nei quali si immedesima durante la cura. Ognuno avrà un nome. Daisy, la prima, folti riccioli biondi sulle spalle; Sue, “malandrina” dai ciuffi rossi, subito dopo. Poi Blondie, fatta di capelli veri, costosa. Seguiranno Stella, Platina, Uma, Pam, Lydia e Bebé.

9 parrucche, il retro di copertina con alcune immagini di Sophie

I primi giorni in ospedale sono, nemmeno a dirlo, tremendi.

Non riesco a gustarmi niente. Non il cibo, i miei jeans o il libro sul comodino. Non me ne frega più niente di niente, neanche del dolore che sento quando mi inseriscono una flebo, o di vomitare in un secchio fra le mani di mia madre. Non mi sono mai sentita più vuota.

Poi, via via, altri passi. “Durante queste settimane sto prendendo coscienza della morte per la prima volta. Dell’essere umano come parte di un insieme più grande, del processo naturale di nascere e morire. Questa consapevolezza mi rende meno insicura, e rende l’idea di morire meno strana, minacciosa o spaventosa. Peccato, però, che ce ne andiamo a turno”.

Dopo l’incontro a doppia folgorazione con il Dottor K, arriva la caduta verticale con il Dottor C, che la seguirà fino alle dimissioni. “(…) un uomo spaventoso e sgradevole che ha messo tutta la mia vita sottosopra. Come se fosse lui il colpevole della crescita incontrollata dei tumori nel mio corpo. In fin dei conti è stato lui a dar loro un nome. Sulla sua targhetta sta scritto Dottor C, ma le infermiere lo chiamano per nome. E quindi anch’io. Coglione suona così male”. Quell’uomo avrà un posto speciale, poi, di amicizia vera. Nel frattempo: “perché nella mia vita c’è così tanto ospedale da ridurmi a cercare romanticismo nei miei medici?”

Più leggiamo e più Sophie diventa reale. Pare di averla qui, quando si lamenta della “restaurazione” dei peli. “Con il pennello – da ben quarantadue euro, per la miseria – mi dipingo prudentemente le sopracciglia. Sono nata con due linee forti e scure, ne sono rimaste solo un paio di peletti. Mi domando quanto ci vorrà ancora prima che me ne vada in giro come Miss Moneypenny” (nda: per chi fosse troppo giovane – eppure Sophie lo sa! – Miss Moneypenny è la mitica segretaria del mitico Sean Connery nei suoi “007”).

Poi, c’è l’amore. Quello che Sophie aveva creduto con Rob, prima, e quel che le si propone ora, da malata.

Uomini che si spaventano facilmente e hanno paura. Paura del cancro e che appena vedono un ago strabuzzano gli occhi. ‘Una ragazza che ha il cancro deve faticare di più di una ragazza senza il cancro per ricevere un po’ di attenzioni, no?’. Di solito queste conversazioni hanno luogo al bar, mentre io sorseggio un tè caldo e il mio commensale soffia fuori il fumo portandosi alle labbra la sua consumazione alcolica. Che palle. Come se io partissi in svantaggio. Certo, è diverso, me ne accorgo anch’io, ma io flirto ancora (…) l’unica differenza è che adesso so già a priori che non ci andrò a casa, con quello. Non stasera e neanche domani sera. E’ che proprio non ci si sente bene con una testa da cancro. Richiede un piano passo per passo, dal primo drink fino al letto.

Poi, ci sono due amicizie forti: con Jur (Jurriaan) da tempo, con Chantal all’ultimo suo momento. Giovanissimi anche loro. Jur se ne va, e per lui Sophie scrive: “Grazie a Jur riesco a vedere quella paura da un altro punto di vista. Adesso posso indicarla e darle un nome, e quindi affrontarla. L’essere malata ha assunto una funzione, la paura diventa coraggio. Il coraggio necessario a imparare a convivere con il cancro, e quindi a farmi amiche le mie stesse paure. E così Jur si è portato via gran parte di quel vuoto, di quella maledetta solitudine che c’era in me”. Chantal se ne andrà a breve. Anche questo sposta qualche tassello nella storia di Sophie.

Poi, qualche curiosità religiosa.

Mentre torno al C6 passo dall’ingresso della cappella dell’ospedale e decido di fare un salutino al mio amico Gesù. Tanto lui c’è sempre (…) non perché stia ipocritamente riconsiderando di mettermi a lavorare sulla mia amicizia con Dio, ma perché sto sinceramente considerando come pregare (…). Insieme alla mia piantana bippante vedo Gesù guardarmi dall’alto delle piastrelle di questa, ovviamente bianca, cappella. In punta di piedi, per non turbare il silenzio, mi avvicino a lui per accendere una candela per il bene comune. Anche una per la mia felicità, ma a nome del mio amico alto, perché accenderne una per me stessa non sta bene, sembrano dirmi gli occhi severi di Gesù. Poi mi accomodo su una delle, ovviamente bianche, panchine della cappella. Tanto per sedermi un po’. Perché pregare come atea o agnostica o entrambe le cose non vale. Scruto un po’ davanti a me e sprofondo in pensieri belli e profondi, finché non vengo svegliata brutalmente dai bip del mio compagno. Mi alzo ubbidiente e mi aggancio alla prima presa visibile nei muri del corridoio dell’OLVG. Aziono abilmente la pompa, mi fermo e torna il silenzio. Quando sono nuovamente ricaricata a sufficienza per una nuova passeggiata vado nel luogo di preghiera per musulmani.

Alla cinquantaquattresima settimana di ricovero è ufficiale: Sophie è “pulita”.
“Non ci posso credere. Sono davvero pulita? Tutto qui? Sono di nuovo in gioco? È bastata una sola parola e la mia vita è girata di centottanta gradi. Oggi mi è stato restituito il domani”. Si congeda dal Dottor C e inizia una scrittura ‘seria’, cioè la riscrittura degli appunti presi in ospedale. Molto presto arriva la celebrità. La storia di Sophie piace ovviamente tantissimo ai media, e per lei scriverla e raccontarla sono un’altra sfida e un nuovo punto di partenza.

Di questo suo primo libro, che al posto di ogni capitolo ha portato semplicemente data di giorno, mese, anno, vorrei proporvi il finale.

23 giugno 2006

È tutto vero. Tutte le parole che ho scritto, tutte le lacrime che ho pianto, tutto il dolore che ho sopportato stringendo i denti. Tutte le infermiere, tutte le flebo, il Dottor C, tutte le visite al pronto soccorso, tutte le trasfusioni, tutti i camici bianchi, il Dottor K, tutti i secchi di vomito, tutte le pillole, tutta la lotta con il groviglio di fili, la mia tetta cosmetica, le magliette bagnate, i savoiardi, tutte le TAC, tutti i valori del sangue, il Dottor N, tutte le cartelle cliniche, tutte le teste pelate…la mia testa pelata. È tutto vero. (…)L’amore che mi è stato dato, tutti quei deliziosi abbracci che ho ricevuto, tutte le caute parole che sono state dette, tutte le attenzioni premurose, tutti quei bei regali, tutti i sorrisi, tutti i caldi scambi di occhiate, un angioletto sulla mia spalla, tutta la mia famiglia, tutti i miei amici, tutti i miei conoscenti, riconoscimento. Anche questo è tutto vero.

Sophie oggi ha 32 anni, ha pubblicato altri libri e fondato ‘Orange Ribbon International, organizzazione che si muove per chiedere attenzione agli ancora troppi bambini malati di tumore.


Diana

Sono giornalista - specializzata in musica classica e cultura - e scrittrice, affetta da consumo sfrenato di libri: narrativa e psichiatria, psicologia, teatro e poesia. Non ho figli, ma è come se ne avessi avuti molti: ho lavorato a lungo in una Onlus, ‘La Stravaganza’, che ha portato in tanti teatri italiani spettacoli di opere liriche mescolate a ‘canzonette’, cantate, danzate e recitate da disabili psichici e fisici. Per un periodo sono stata impegnata in Vidas come Ufficio Stampa. Raffaella mi ha invitato in questo blog, e ne sono molto più che felice.

3 commenti

  1. vale:

    A noi, che cerchiamo in qualche modo di stare accanto a coloro che stanno facendo un’esperienza simile a quella di Sophie, succede sempre di riflettere sull’esperienza che ogni assistito ci lascia, almeno per me è così! Ognuno di loro un po’ mi cambia, mi arricchisce e soprattutto mii fa mettere in discussione. E’ vero che dopo simili esperienze non sono più lo stesso! Spesso mi chiedo e chiedo agli altri cosa davvero si provi ad essere un malato terminale, quali siano i pensieri, le paure, la disperazione,la rabbia e quale sia il limite di sopportazione cui possa arrivare un essere umano. Qualcuno pare abbia delle certezze o almeno crede di capire. Io ho da sempre un’ unica certezza, quella che nessuno possa realmente capire, che ogni essere umano sia unico e così lo sarà anche nel modo di affrontare questa malattia. Penso che questo “racconto” possa aiutare un pochino a comprendere e sia anche di aiuto a noi volontari che cerchiamo di assistere.
    UN ABBRACCIO GRANDE DAVVERO!!!

  2. Diana:

    vale, scusa il ritardo, perdono. Il tuo non avere certezze, tranne quella che scrivi, mi fa sentire ‘a casa’ come con qualcosa in cui ho sempre creduto. Ma non è questo importante. Credo sia importante che persone come te, me e molte altre – il più possibile spero – continuino a interrogarsi senza smetterla mai, ad accudire fin dove si è capaci. A volgere questo ‘lavoro’ verso minuti, giorni, o quel che il tempo concede, più intensi per chi ne beneficia. E, certo che sì, anche per chi questo ‘lavoro’ lo offre: credo sia il più bello del mondo. Sono solo contenta se qualcuno di questi ‘racconti’ passa e trasmette: è merito di chi li scrive naturalmente, ma la diffusione serve, mi sa. Un grande grazie e un abbraccio grande davvero anche a te.

  3. vale:

    E’ davvero il “lavoro” più bello!!! Se penso a tutti gli anni passati in questa realtà, ai tanti assistiti che ho accompagnato nel tratto finale della loro vita, ai loro racconti confidenziali, ai tanti momenti nei quali in pochi attimi si passava dalla gioia al dolore, ai loro abbracci e soprattutto ai loro sguardi, posso dirti che non esiste niente di paragonabile che possa riempire il cuore di un essere umano. Posso solo essere felice di avere avuto la possibilità di fare questa esperienza. Grazie!!!

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