Cosa non dire a un malato terminale, lo spiega Holley Kitchen in un video

Vedendo il video della 39enne Holley Kitchen – che spiega cosa non si dovrebbe mai dire a un malato terminale – mi è venuta in menta una frase che ha detto don Tullio – cappellano dell’Istituto Nazionale dei Tumori – al nostro convegno del 29 maggio e che mi ha molto colpita.

Le buone relazioni danno speranza, le cattive relazioni la mortificano.

Ecco, lei ce lo dice in un altro modo, da “dentro la malattia” ma ci dice proprio questo: costruite con me della relazioni in cui ci sia la speranza di una preghiera sincera, non l’illusione del miracolo o l’uccisione di ogni progetto di futuro, in cui ci sia quell’ambiente di verità che consenta una comunicazione onesta e accogliente.

Holley Kitchen

Mi viene in mente che questo dovrebbe riguardare la vita nella sua interezza e non il fine vita.
Se così fosse, forse vivremmo meglio. Buona visione.


Giada

Sono medico, ho 40 anni da un po', da più di 20 mi occupo di cure palliative. Sono sposata con Giovanni, compagno di liceo. Ho due figli e un piccolo cane. Mi piacciono le cose semplici, le linee essenziali, lo stile minimale. Mi piace l’acqua per la sua capacità di adattarsi rapidamente ai contenitori e per la sua pazienza di modificare i profili delle cose. Se non avessi fatto il medico, avrei fatto il cuoco.

1 commento

  1. vale:

    Siamo a fine anno, tante ” feste”, natale, capo d’anno, sono i periodi in cui coloro che assistiamo sentono forse più la pesantezza della loro malattia, ma in ogni modo la vita in hospice e in assistenza procede “normalmente”. Vedo questo video e le frasi che scorrono, parole di circostanza che non si dovrebbero dire e mi riportano a galla qualche momento realmente vissuto.
    Sono frasi dette a volte da coloro che non stanno accanto al malato e probabilmente non lo sono mai stati, se non nei momenti ” felici”!!! e forse anche solo fisicamente!!!
    Spesso sono “amici” o qualche parente “poco presente”, tutti quelli che si fanno vivi per “dovere”,che poi dicono : come si fa a non andare a trovarlo!!!, non certo per condividere il dolore.
    L’imbarazzo che ho vissuto in questi momenti è stato davvero grande.
    In hospice ci hanno “insegnato” che gli assistiti possono fare a noi volontari “domande imbarazzanti” , suggerendoci poi come evitare risposte”complicate” e superare così momenti difficili. Posso dire di non avere mai vissuto un momento spiacevole in tal senso, mentre ho avuto esperienze sgradevoli proprio dovute alla presenza di “persone” che pronunciano o anche solo fanno capire con uno sguardo frasi che il video riporta. Spesso i nostri assistiti mi raccontano della solitudine nella quale si sono trovati dopo la diagnosi della malattia, un ” fuggi fuggi” generale di “amici” , l’imbarazzo di dover parlarne anche con parenti,”la paura e la vergogna” anche solo di dover incontrare qualcuno, perché già era scritto quello che si sarebbero detti ( la solita solfa). Quando sono accanto a chi soffre non ho l’imbarazzo di affrontare situazioni difficili, quando si è vicini a un malato non esistono rapporti critici, non si conoscono quei momenti di “gelo”, il calore che si trasmette sinceramente rende tutto semplice, spesso basta uno sguardo e un abbraccio per capirsi. Un altro anno mi vedrà ancora qui, sempre con lo stesso entusiasmo e passione che mi hanno accompagnato dalla prima volta che ho incontrato la mia prima assistita.
    Un abbraccio

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