Il cibo nel tempo del morire per riaffermare il senso della vita

Tutto cominciò con una mela e tutto finisce con il cibo; meglio, non finisce mai perché nell’al di là “Dio cenerà con noi”.

La prima mela

Che la teologia alimentare sia stata materia delle riflessioni del quarto incontro interreligioso organizzato da Vidas non è affatto casuale ed è la naturale conseguenza dell’evento principe che pone Milano sino alla fine di ottobre al centro delle attenzioni mondiali, grazie all’Expo dedicata al cibo.

Meno scontato è che il tema abbia suscitato un interesse tale da affollare l’ampia sala Orlando di Palazzo Castiglioni. Merito certo dei tre docenti, Paolo Branca, Anna Linda Callow e Massimo Salani, degli stimoli suggeriti dalla filosofa Marina Sozzi, del trascinante supporto e dell’eloquio tra storia e arte di Philippe Daverio. Tutto vero.

Tuttavia, l’evidente attenzione e partecipazione dimostrate dal pubblico dicono molto altro e fanno giustizia di un superficiale moto di sorpresa. È vero, le opulente società d’oggi d’occidente e oriente pretendono in ogni istante d’espellere la morte dal nostro orizzonte e impongono consumi e riti altrove indirizzati. Ma non ce la fanno a far tacere bisogni insopprimibili d’ogni comunità.

Perché dunque non si deve parlare di cibo e morte, perché considerare un ossimoro tale binomio? Sarà pure strano, ma è nelle corde profonde dell’uomo che fin dalle origini, da quando ha inventato il rito della sepoltura, ha portato con sé il cibo.

Si può dunque coniugare in modi diversi: “mi sfamo sfamando gli altri” e rappresentare la Chiesa in un banchetto come vuole la tradizione cristiana; ancora, pensare che “ogni anima gusterà la morte” come dice il Corano, che pone il cibo quale rapporto tra Dio e l’umanità; o, come nell’ebraismo, religione del fare e della prassi, assegnare al cibo un ruolo principe soprattutto nella fase del lutto, con regole codificate nel tempo che tendono a innescare un processo di perfezionamento etico.

Al di là delle singole credenze le tavole apparecchiate per il lutto esprimono al contrario bisogno di purificazione, ritorno alla normalità. Sono un inno alla vita che continua.

Nessuna sorpresa perciò quando dalla sala s’è levata un’invocazione insieme sommessa e forte, in nome della laicità e in difesa del diritto a rifiutare l’alimentazione forzata in casi estremi. Laicità, ha fatto eco una voce valdese altrettanto ferma, che resta sicuro presidio anche in chi ha fede, da non confondere con l’ateismo e quindi senza contraddizione alcuna con i propri principi e convincimenti religiosi.

Una sommatoria di culture, tradizioni che restano dunque nel profondo, anche se in alcune religioni i riti tendono a sempre più estreme sintesi. Un bene, un male?
Ciascuno è libero di rispondere al quesito secondo le proprie convinzioni. Tuttavia è bene non dimenticare che i rituali e le culture da cui promanano sono l’elemento fondante della storia civile di molti popoli. Perciò un posto di rilievo spetta al cibo, “alimento, simbolo e momento di convivialità” come l’ha definito Philippe Daverio. La civiltà etrusca, con i suoi riti funebri è culla della cristianità, così come il mondo monastico che celebra il mito dell’alimentazione offre una sostanza etica agli albori della modernità. Insomma, dimmi come mangi e ti dirò chi sei e da dove vieni.

Perciò lo strano binomio, cibo e morte, affascina. Perché parla di noi, diversamente credenti e non credenti e ci racconta da dove veniamo. Speriamo che sappia darci anche un lume per illuminare i percorsi futuri.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per oltre 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Così qualche tempo fa ho detto sì ad un’amica che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Un impegno che mi onora e che tengo ad assolvere con il massimo impegno. Tanto più ora. È un debito di gioia e di riconoscenza che mi lega a Giovanna, da qualunque parte mi guardi.

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