Comunicare è complicato e impegnativo

Comunicare è complicato e impegnativo. Le difficoltà aumentano quando oltre a non parlare la stessa lingua, anche i gesti e gli sguardi non sono sufficienti a rispondere ad un bisogno e siamo assaliti da un profondo senso di impotenza. Susana, operatrice sanitaria in Casa Vidas, condivide con noi questo suo vissuto.

comunicare

D.: Era un ragazzo giovane, se non sbaglio di nazionalità egiziana, era arrivato in Italia portato dal padre che viveva e lavorava da anni in Italia per essere curato perché aveva un tumore, se non sbaglio il tumore era al cervello o forse le metastasi.

Quello che ricordo di lui era che non parlava bene la lingua, che aveva dei comportamenti ripetitivi a volte in modo compulsivo, ed erano provocati dalla malattia. Una cosa che faceva in modo ripetitivo diverse volte al giorno era conteggiare le monete che il padre gli lasciava per prendere il caffè, e le ordinava in continuo.

Quando veniva a mangiare in salone, lo faceva lontano dagli altri pazienti, non so perché. Una volta mi avvicinai a proporgli di venire al tavolo insieme agli altri e si arrabbiò tantissimo, urlò forte “NOOOOOOOOOOOOO”. Mi spaventò la sua reazione, non me l’aspettavo una risposta cosi, credo fu uno dei tanti episodi che proseguirono nei giorni successivi.

A poco a poco trovavo che lui cambiava come tutti i nostri pazienti, a volte facevo fatica a comunicare con lui, ho pensato forse per la difficoltà della lingua, forse per la malattia ha difficoltà a comunicare o forse perché non avevo legato cosi bene con lui e per questo non parlava molto con me. Io fino ad oggi in realtà non ho capito veramente perché non siamo entrati in sintonia…

Vi racconto la notte mia che credo fu l’ ultima notte prima della sua morte, fu la notte che mi lasciò un segno, una sensazione d’impotenza.Avevamo iniziato il primo giro controllando uno per uno a tutti i paziente insieme alle mie colleghe. Lui quel pomeriggio non era stato molto bene, e non era tranquillo (quella notte era da solo). Dopo che lo abbiamo sistemato e preso la sua terapia, in attesa che si addormentasse, lo abbiamo lasciato e continuato a vedere gli altri. Si addormentava, però per poco tempo, continuava a risvegliarsi e a chiamare, a volte per sistemare la postura a volte perché era spaventato, diceva “aiuto, aiuto”, ma non riuscivamo a capire cosa in realtà voleva. Alla domanda “sta bene cosi?” rispondeva “si”, ma dopo 10 secondi diceva “no, cosi no”, e allora ci provavamo ancora e ancora, cercando di venirgli incontro. Cosi è passata probabilmente un’ora o forse di più. L’ultima volta che lo vidi ancora sveglio, prima che l’infermiere chiamasse il medico di guardia e con la terapia si addormentasse, successe che eravamo in camera sua tutti e tre, parlava in arabo, era spaventato, noi lo rassicuravamo, ma lui non ci sentiva, non riusciva a trovare la posizione giusta anche perché aveva un dolore all’arto inferiore sinistro e per quello aveva una posizione obbligata, la gamba l’aveva sempre piegata e appoggiata su alcuni cuscini. Io mi sono avvicinata al letto per sistemargli i cuscini, non appena provato a prendere il cuscino a iniziato a urlare, “no no, cosi no. Via, via!” . Io sono uscita dalla camera pensando che forse si tranquillizzava senza vedermi, però non fu così. Continuò a parlare in arabo, a volte chiedeva aiuto, l’infermiere chiamò il medico di guardia, e solo dopo la terapia è riuscito ad addormentarsi e calmarsi. Tutto questo successe in realtà in poco tempo, ma mi sembrò tanto.

Io fuori di quella camera mi chiedevo perché non esiste una sola lingua per tutto il mondo, sarebbe stato più semplice capirlo. Che dura è sentire che ti chiedono aiuto e non riuscire a capire per la difficoltà della lingua cos’è quello che ti chiedono: mi sono sentita impotente …
lo so che noi non possiamo salvare il mondo, facciamo quello che riusciamo a fare… ma nel cuore ti rimane una sensazione d’impotenza e dispiacere.

 


Nadia

Ciao sono Nadia, 44 anni, sposata dal 2005, infermiera dal 1994, palliativista dal 2001, infermiera in Casa Vidas dal 2006. Malata d'Africa dal 1997. Amo profondamente l'ozio, il the, il cioccolato fondente, il silenzio del deserto, andare per funghi e nuotare. I miei eroi sono Capitan Harlok e Corto Maltese. Credo che il Vangelo sia a tutt'oggi il messaggio più rivoluzionario mai scritto. Non so perché ma i colleghi mi chiamano Gianburrasca.

1 commento

  1. alessandra:

    Care Susanna e Nadia nella fase critica della malattia , comunicare con stranieri x lingua e cultura è impossibile, non è complicato.
    Il dovere che abbiamo noi come sanitari è “non nuocere ” , ascoltare, , avvalersi dei mediatori, rimanere un “servizio” perché siamo stranieri morali .
    Ciao

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