Condividendo il suo percorso sul web, il morente può sentirsi meno solo

Sul sito di Time (potete leggerlo qui in lingua inglese) il giornalista Steven Petrow dà il suo punto di vista su un fenomeno sempre più in crescita, cioè il raccontare su blog e social network il proprio percorso di fine vita. Nel suo articolo – che intitola parafrasando “Condividendo la propria morte sul web, il morente può sentirsi meno solo” – mette in evidenza come quando la malattia terminale diventa una “cronaca” a cui tutto il mondo può assistere, il fine vita assume un nuovo significato.

Condividere fine vita

Di fatto il giornalista afferma che il web se da un lato rischia di isolare le persone, di trasformare le amicizie “fisiche” in amicizie “virtuali”, dall’altra parte sembra possa aiutare a rompere le barriere culturali e i troppi tabù che ancora oggi ci sono su alcuni selezionati argomenti.

Grazie ai suoi amici, Natalia, Tom Mandel, Scott Simon, Lisa Adams il giornalista sostiene che la morte è stata finalmente vista come parte intrinseca della vita.

Quello del web è un linguaggio giovane e che coinvolge soprattutto le fasce d’età più basse essendo gli adulti-anziani spesso ignoranti nel linguaggio informatico. Perciò se i giovani possono essere sensibilizzati anche sull’argomento morte, come momento ultimo della vita e quindi parte integrante di essa, attraverso i social network, perché no? Perché censurare alcuni dibattiti soprattutto se nascono spontaneamente? Perché giudicare o indignarsi di fronte a una persona che decide di condividere la propria condizione di malattia con chi lo desidera, senza nulla imporre a qualcuno?

In fondo, a ben pensarci, uno dei grandi vantaggi del web è proprio questo: chi prosegue nella navigazione è perché lo vuole, chi legge attentamente un post è perché lo ritiene interessante… nulla viene imposto nel vero senso della parola e quindi tutti siamo liberi di partecipare e farci arricchire dalle esperienze altrui. Ciò non significa che tutti debbano vivere la propria malattia e privacy sui social media ma questi – che si presentano come il volto nuovo della cultura – sono e saranno sempre di più strumenti di comunicazione tanto potenti da aiutare ad abbattere i muri dell’indifferenza. Anche in tema di morte. Indipendentemente da noi.


Barbara

Barbara Rizzi: figlia, sorella, amica, moglie, madre e… medico palliativista di professione. Direttore Scientifico del CSF (Centro Studi e Formazione) Vidas dove lavoro dal 2001. Amo il silenzio, il profumo dell’erba appena tagliata, leggere, scrivere, passeggiare in montagna. Preferenze: piatto, pizzoccheri alla valtellinese; sport, pallavolo; colore, blu.

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