Il coraggio e il messaggio di Emma Bonino

Copyright  World Economic Forum, fotografia di Youssef Meftah

Il coraggio di Emma. Emma Bonino, intendiamo. “Voglio solamente dire che ho un tumore al polmone e ho iniziato una chemioterapia che durerà sei mesi” dice l’ex ministro in diretta a Radio Radicale e aggiunge: “Non sono intenzionata a interrompere le mie attività perché da una passione politica non ci si può dimettere”.

Ho sfogliato il dizionario della nostra amata lingua per cercare, come di consueto, la definizione che meglio rispecchia il suo gesto, ma confesso la fatica a trovare tra le definizioni quella che meglio si adatti a un simile gesto: non è ardimento, né sprezzo del pericolo, non è audacia, non è nemmeno la coerenza tra pensiero e azione che questa donna pure ha dimostrato nel corso di un lungo e appassionato servizio al Paese.

E allora che cosa è, come definirla se anche il dizionario tradisce? Provo con dignità, che nella fattispecie significa rifiuto ad accucciarsi di fronte all’ignoto che ci travolge qui e ora. Quella rivolta interiore che Vidas ben conosce e fa dire a ogni essere umano colpito da un male che pretenderebbe di abbatterti all’istante: no, non ci sto.

Umberto Veronesi, nel bellissimo scritto apparso su Repubblica di martedì 13 gennaio, ricorda la frase che Emma Bonino ha rivolto a tutti i malati di tumore, una sorta di summa del suo pensiero umano e politico:

Io non sono il mio tumore e voi non siete la vostra malattia. Siamo persone e dobbiamo sforzarci di vivere liberi fino alla fine.

Ecco che cosa significa coraggio. Per una volta ho dimenticato che, prima di sfogliare l’amato dizionario, dovevo sfogliare l’album di famiglia di Vidas. Il coraggio è rivendicare in ogni istante dignità e valore ovvero gli irripetibili valori che reca in dote l’essere umano, contro ogni luogo comune, a dispetto di ogni tabù e d’ogni male. Per una vita intera come per un istante.

Il coraggio di Emma è un messaggio per tutti noi: “Volevo trasmettere un po’ di forza”.
Missione compiuta.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per oltre 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Così qualche tempo fa ho detto sì ad un’amica che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Un impegno che mi onora e che tengo ad assolvere con il massimo impegno. Tanto più ora. È un debito di gioia e di riconoscenza che mi lega a Giovanna, da qualunque parte mi guardi.

1 commento

  1. roberto moroni grandini:

    Si Giuseppe, anche a me ha colpito molto l’espressione di Emma Bonino. Mi ha colpito soprattutto da palliativista poiche ha centrato in pieno il senso del mio lavoro: non identificare il malato con la malattia ma continuare a considerare l’uomo, o la donna, o il bambino, che sta dietro il corredo di sintomi che dalla malattia è determinato. Ha tradotto con parole immediate quello che continuiamo a dire da tempo e cioè che è la persona che bisogna considerare e non la malattia da cui è affetta. Questo non significa rifiutare di confrontarsi con i sintomi clinici (un bravo medico palliativista è un bravo clinico, su questo sono e sarò sempre intransigente, e intollerante) ma considerarli all’interno di una dimensione esistenziale, antropologica, culturale, personale e sociale. E considerare sempre queste dimensioni nella relazione con il soggetto malato. Un uomo è un uomo e lo resta anche in presenza di una malattia.
    Non solo un atto di coraggio quindi, quello di Emma Bonino, ma anche di libertà perché restituisce, o meglio rafforza l’idea di un a persona viva, autodeterminata e capace di dare e ricevere fino all’ultimo respiro.

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