Carver e la poesia della caduta

Nel primo invito alla lettura dedicato alle poesie di Raymond Carver, abbiamo affrontato il tema della “rivincita”. Colui che era dato per spacciato è sopravvissuto. La vita si è imposta e gli ha permesso di godere delle bellezze quotidiane, degli incontri. Un uomo nuovo riscattato dalla sua malattia. Non un paradosso, ma la raffigurazione di un confronto da cui è stato tratto un significato che rilancia l’esistenza.

Quando, però, il dramma si realizza e la malattia prende nuovamente il sopravvento, Carver, di fronte al medico che in maniera impacciata e inadeguata prova a offrirgli conforto, trattiene l’immagine di una fine inevitabile, non negando la paura e l’inadeguatezza di fronte allo spettro della morte. Possiamo definirla la poesia della “caduta”.

Carver e la poesia della caduta

Ha detto che la situazione non è buona
ha detto che anzi è brutta, molto brutta
ha detto ne ho contati trentadue su un solo polmone
prima di smettere di contarli
allora io ho detto meno male
non vorrei sapere quanti altri ce ne stanno oltre a quelli
e lui ha detto lei è religioso s’inginocchia
nelle radure del bosco si lascia andare a invocare aiuto
quando arriva a una cascata
con gli spruzzi che le colpiscono il viso e le braccia
si ferma a chiedere comprensione in momenti del genere
e io ho detto non ancora
ma intendo cominciare a farlo subito
lui ha detto mi dispiace veramente
ha detto vorrei tanto darle notizie di tutto un altro genere
e io ho detto Amen
e lui ha detto qualche altra cosa
che non ho capito e non sapendo cos’altro fare
siccome non volevo che lui dovesse ripeterla
e io digerire pure quella
me lo sono guardato
per un po’ e lui ha guardato me
e a quel punto sono saltato su e
ho stretto la mano di quest’uomo che mi aveva appena dato
qualcosa che nessuno al mondo mi ha mai dato prima
mi sa che l’ho pure ringraziato
tanta è la forza dell’abitudine.

 

Si potrebbero scrivere pagine intere sulla comunicazione della malattia e sulle modalità di interazione con il paziente che scopre di essere un malato terminale, ma è preferibile trattenere un’altra immagine, quella che raffigura due uomini, un medico e un paziente, inermi di fronte ad un qualcosa notevolmente più grande di loro. E allora, di fronte all’incomprensibile, al futuro che di colpo svanisce, non si può far altro che stringere la mano dell’uomo che dà qualcosa che nessun altro ha mai dato prima, l’uomo che comunica la sentenza definitiva, e ritrovare in se stessi e negli amati, le forze per sostenere l’ultimo tratto.


GiuseppeC

Sono Giuseppe Costanzo, catanese, da poco in Vidas e a Milano. Appassionato di narrativa, scrivo spesso di etica sociale e antropologia. Dopo tanto vagare e qualche mese nel sud delle Filippine, ho capito che l’impegno lo vivi ovunque e che la realtà ti provoca anche mentre stai seduto ad osservare il mare. Non so bene chi sono, ma faccio mia la convinzione di Unamuno: “E questo è il cardine di tutta la vita: che l'uomo sappia chi vuole essere”.

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