Comunicare quando non si possono più utilizzare le parole

Comunicare quando non si possono più utilizzare le parole. Come fare? Siamo spiazzati, dobbiamo inventarci un nuovo linguaggio attraverso altri canali, oltre la logica, oltre gli sguardi, oltre il contatto fisico. Marina ci racconta della sua comunicazione “cantata” con una paziente.

Non ero ancora mai andata a fare compagnia alla signora E.

Spesso, soprattutto i primi tempi, c’era il compagno in stanza con lei e lei era una signora abbastanza tranquilla; altrove era più opportuna la mia presenza, con altri pazienti più irrequieti o manifestamente desiderosi di compagnia.

Quando sono entrata nella stanza, la signora era sola e aveva gli occhi chiusi, ma, nonostante non avessi fatto alcun rumore, si è accorta della mia presenza accanto al suo letto. Mi ha guardato, quasi con sorpresa dapprima, poi mi ha fissato molto intensamente e a lungo.

Non parlava la signora E., la sua malattia la costringeva quasi completamente immobile e muta; sembrava, tuttavia, abbastanza lucida e consapevole e le infermiere mi hanno poi confermato che capiva il mondo esterno anche se non riusciva a comunicare, era come prigioniera del suo corpo. Le usciva a tratti dalla bocca un rumore prolungato, un lamento o un suono disarticolato che, udito dal corridoio, metteva a disagio nella sua incomprensibilità. Poteva essere un segnale di malessere,di paura, di angoscia, forse di richiamo o forse solamente l’unico suono, volontario o no, che riuscisse ad emettere. Era tranquilla, tuttavia, quando sono stata con lei la prima volta; mi guardava solamente negli occhi, a lungo, intensamente; poi girava un attimo la testa e subito la rigirava per guardarmi nuovamente. Un po’ le parlavo, un po’ restituivo il suo guardarmi e le sorridevo. A un certo punto le ho chiesto se volesse dirmi qualcosa e lei ha annuito più volte col capo, annuiva e mi guardava senza poter parlare né esprimersi in alcun modo.

Le volte successive che sono tornata da lei la trovavo sempre assopita, ma, al mio silenzioso avvicinarmi al suo letto, apriva subito gli occhi e, dal posto lontano dove era, piano piano mi metteva a fuoco e mi guardava con consapevolezza.

Poi è capitato che cominciasse a lamentarsi con quel suo suono uniforme, prolungato, continuo, che non sapevo come decifrare. D’istinto, così, senza pensarci, mi è venuto di cantare, sommessamente cantarle davanti al viso la prima canzone che mi è venuta in mente. Io sono terribilmente, terribilmente stonata e dopo qualche attimo mi sono chiesta se non stessi così peggiorando la sua agonia… ma la signora E. si è quietata, mi guardava e stava ad ascoltare; io terminavo la mia canzone, lei sempre guardandomi faceva cenno di riprendere il suo lungo, ininterrotto suono, io ricominciavo a cantare e lei taceva, mi guardava ininterrottamente e taceva.

Così quella volta e tutte le altre che sono stata con lei. Fino a quando è stata in qualche modo contattabile questo è stato l’unico modo per farci compagnia, io e la signora E. e, nell’intimità della stanza, mi è parso quasi di comunicare con lei.


Nadia

Ciao sono Nadia, 44 anni, sposata dal 2005, infermiera dal 1994, palliativista dal 2001, infermiera in Casa Vidas dal 2006. Malata d'Africa dal 1997. Amo profondamente l'ozio, il the, il cioccolato fondente, il silenzio del deserto, andare per funghi e nuotare. I miei eroi sono Capitan Harlok e Corto Maltese. Credo che il Vangelo sia a tutt'oggi il messaggio più rivoluzionario mai scritto. Non so perché ma i colleghi mi chiamano Gianburrasca.

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