“La morte felice”

La morte felice - Albert CamusLa Morte Felice di Albert Camus, è un romanzo ricco di temi. Gli argomenti trattati sono molteplici: la felicità, il tempo, il dubbio machiavellico inerente la legittimità dei mezzi necessari per arrivare al fine, la morte e la riflessione sulla possibilità di una morte felice.

La trama è semplice e lineare. Si racconta di un uomo, Patrice Mersault (quasi omonimo del Meursault protagonista de La Peste), che conduce una vita normale. Amante della solitudine, ma sempre accompagnato da sentimenti di affezione, mai di amore, nei confronti di diverse donne. Patrice lavora presso un ufficio portuale. In lui arde il desiderio della felicità, non inteso come stato di soddisfazione umana e quindi come serenità, bensì come realizzazione di un desiderio interiore di libertà, autodeterminazione e conoscenza. L’incontro con Zagreus, chiarirà ciò che nella vita di Mersault era confuso e indefinito.

Zagreus, uomo colto e menomato nel fisico, indica la strada da seguire: per essere felici occorre tempo, e il tempo si compra con i soldi. A questo serve la ricchezza, ad acquistare il tempo necessario per scoprire il mondo, liberando il proprio corpo dalla routine della sopravvivenza, per regalarlo alla fantasia della mente, dove possa percorrere i sentieri che portano alla felicità.

Il metodo per ottenere il denaro è offerto dallo stesso Zagreus: ucciderlo per porre fine alle sue sofferenze fisiche. Così inizia il cammino verso la felicità: dalla morte di un sofferente, preludio inaspettato di una morte felice.
Patrice, infatti, viaggerà, condividerà del tempo con tre amiche e sposerà una donna non amata, ma prediletta al punto da desiderarla come compagna, mai abbandonato da una smania di fuga e da un’irrequietezza incessante. In una casa sul mare, immerso nella solitudine spasimata, troverà la dimensione della felicità e nella morte il passaggio chiarificatore della condizione umana.

La malattia si insinuerà tra Mersault e la felicità, la malattia odiata perché considerato come male capace di stordire l’uomo nel momento più intenso e vero, negli attimi di consapevolezza che non dovrebbero negarsi a nessuno.

Ebbe improvvisamente la certezza di essere ammalato. Al pensiero che forse poteva morire in quella specie di incoscienza, senza potersi guardare avanti, lo prese l’angoscia. (…) Non voleva morire come un malato. Non voleva che, almeno per lui, la malattia fosse ciò che spesso è, una attenuazione e come una transizione verso la morte. Inconsciamente voleva ancora l’incontro della sua vita piena di sangue con la morte, e non il confronto tra la morte e quello che era già quasi morto.

Il disagio e la tristezza, seguita da lacrime calde ed impotenti, non sono conseguenze della paura, ma desiderio di dignità, di confronto cosciente con la morte, che Patrice osserva con la curiosità necessaria per amarla ed attenderla come tassello che conclude l’insieme di ricerche, intuizioni, cadute, riprese e struggimenti che descrivono la vita di un uomo felice.
Patrice, però, supera la comprensibile rabbia e sfrutta il tempo, quel tempo per cui aveva ucciso, per rileggere il significato della sua esistenza. Rinnova il suo rifiuto di una “morte non vissuta” e all’amico medico confida di non voler morire nel sonno, nella nebbia, perché vuol lasciare la vita “vedendoci chiaro”.
Aveva vissuto, e i giorni e le ore che rimanevano, erano il regalo che il tempo gli elargiva per comprendere ciò che era stato e prepararsi a ciò che sarebbe venuto di diverso.

La certezza di aver saputo vivere e quindi di poter riuscire a morire con la dignità di chi accetta una conclusione, la cui assenza rende incompiuta una storia privandola della sua morale, sostiene Mersault nella volontà di accompagnare i suoi ultimi momenti con le due tracce conquistate, essenziali per interpretare quel fatto misterioso che riconduce al Silenzio. Patrice è fiero di esser stato felice, seppur per breve tempo, e di conservare nella febbre la coscienza che lo aiuta a comprendere, quindi ad essere nuovamente felice.

Resta tutta la sproporzione tra l’evento della morte e la capacità di preparazione e accettazione di questa. Prevale, giustamente, lo sbigottimento che diventa dolore, che poi altro non è che paura.
E quando arriva, quando la morte si manifesta, nel secondo ultimo che ci separa dallo sconosciuto, si realizza un cedimento positivo che attesta un cambiamento, ipotizzato da chi osserva, ma percettibile al cuore di chi ama. Non più paura dannata, inquietudine, ma “ritorno nella gioia”, che affida all’altro che rimane la testimonianza di un sentimento di sfida a sé stessi e al proprio destino che, irrevocabilmente, si replica.

In lui saliva lentamente, come dal ventre, un sasso che si arrampicava fino alla gola. Respirava sempre più in fretta, approfittando dei varchi. Saliva sempre. Guardò Lucienne. Sorrise senza una contrazione, e anche questo sorriso veniva da dentro. Si rovesciò sul letto e percepì dentro di sé la lenta salita. Guardò le labbra carnose di Lucienne e, dietro di lei, il sorriso della terra. Li guardava con uno stesso sguardo e con lo stesso desiderio. «Tra un minuto, tra un secondo» pensò. La salita si fermò. E pietra tra le pietre, ritornò nella gioia del suo cuore alla verità dei mondi immobili.

La morte felice, pur consci che siamo noi vivi definirla tale, non è un regalo del destino ai fortunati che muoiono in condizioni favorevoli, ma una possibilità che si realizza anche nel dolore, nella malattia, nella confusione. È una tensione che si avvera in chi pretende per sé l’occasione di affrontare la fine della vita, perché solo di quella possiamo parlare, con la stessa passione con cui ha sfidato i giorni, il quotidiano, la realtà e il proprio limite, con l’obiettivo manifesto di essere felice.
Scrive, a proposito, Jose Revueltas, scrittore messicano: “bisogna salvarsi per poter morire, perché la morte non sopraggiunga senza coscienza, ma chiara, precisa, limpida”. La morte felice, o meglio, la fine della vita felice di Patrice Mersault.


GiuseppeC

Sono Giuseppe Costanzo, catanese, da poco in Vidas e a Milano. Appassionato di narrativa, scrivo spesso di etica sociale e antropologia. Dopo tanto vagare e qualche mese nel sud delle Filippine, ho capito che l’impegno lo vivi ovunque e che la realtà ti provoca anche mentre stai seduto ad osservare il mare. Non so bene chi sono, ma faccio mia la convinzione di Unamuno: “E questo è il cardine di tutta la vita: che l'uomo sappia chi vuole essere”.

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