L’attualità di ‘Diceria dell’untore’ che riporta al flagello dell’ebola

Non è facile parlare di malattia, morte e lutto. Diventa più difficile se lo si fa approfondendo tali tematiche nel capolavoro di Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore.

Il silenzio  - Fussli

Bufalino è un autore difficile. Il suo linguaggio è quello della Sicilia barocca, dove, tra una chiesa maestosa e lucente e un vicolo malfamato e oscuro, si incrociano continuamente vita e morte, dando origine a manifestazioni collettive di inalterata attrattiva e complessità.
Il barocco siciliano è bellezza eccessiva che racconta del tentativo ultimo dell’uomo che aspira alla perfezione, del limite non accettato, della storia che, inevitabilmente, si fa sconfitta. Uso le parole dello scrittore comisano per descrivere questo dissidio:

ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un’invidia degli dei.

L’attualità del romanzo di Bufalino è tutt’oggi palese. Il sanatorio, la paura del contaggio, la quarantena sanitaria ed umana a cui il malato è sottoposto, ci riportano alla cronaca, al flagello dell’ebola. Così come i personaggi del romanzo, il malato di ebola lotta contro due nemici: la malattia, perfida straniera che invade il nostro corpo debilitandolo e la solitudine della quarantena, in cui la sfida contro la morte racconta di un desiderio di ritorno alla normalità e alla socialità.

La storia, ambientata nell’estate del 1946, parla di un giovane reduce dalla Seconda Guerra mondiale, ammalato di tubercolosi, confinato nella Rocca, un sanatorio posto nella Conca d’Oro. Molti sono i personaggi che animano il lazzaretto, figure tragiche che attendono la fine. Il Gran Mago, così è sopranominato il medico della Rocca, simile a un demiurgo, governa con sadica voluttà le vite finite dei suoi pazienti.

Ogni personaggio rappresenta un modo di concepire la vita e l’attesa della morte.
Angelo considera la memoria lo strumento per rimanere in vita nell’altro, Padre Vittorio impiega gli ultimi momenti della sua esistenza in un serrato colloquio con un Dio che ama e che fatica a riconoscere, Marta soffre l’approssimarsi della morte e prova a seguitare a vivere attraverso la sensualità, ancora non assopita del suo corpo, il Gran Mago osserva cinicamente le piccolezze peculiari all’uomo e cede alla morte sogghignando, il protagonista, infine, aspetta il suo turno con lucida consapevolezza e quando guarirà, avvertirà un disagio interiore, causato dalla sensazione di tradimento del patto tra morenti stabilito con i compagni della Rocca. Molteplici visioni della vita e della morte che si scontrano, duellano e cedono di fronte all’inesorabilità dei loro destini.

Il sopravvissuto è colui che, educato alla morte , esce dalla giovinezza e va incontro alla vita. È colui che ricorda, perché la memoria è l’antidoto che salva tutti. Lo sa bene Angelo, compagno di sventura del protagonista, che prova a vivere nelle lettere immaginarie scritte per la madre.

Angelo diceva che la morte è un paravento di fumo tra i vivi e gli altri. Basta affondarci la mano per passare dall’altra parte e trovare le solidali dita di chi ci ama. Purché si lascino péste, uste, minuzie che conservano il nostro odore. Fu forse questo pensiero che lo spinse ad affidare a una suora una filza di lettere con date fittizie, da spedire una alla volta due volte l’anno. In esse narrava il romanzo futuro di sé, vantava paternità, impieghi, successi; annunziava indisposizioni da nulla che nella puntata dopo erano già guarite e remote. Sua madre – ci spiegava – sarebbe vissuta più a lungo, aspettando a ogni scadenza il posticcio messaggio in cui si prolungava indefinitamente l’eco della cara voce scomparsa. Sarebbe stato per lei come avere un figlio oltremare, a San Paolo, a Little Italy. Lei morì subito dopo di lui, tuttavia, e suor Tarcisa, se non l’ha saputo, continua certo ancora oggi a impostare queste inferie da un morto a una morta, che nessun postino potrà mai restituire al mittente.

Alla morte, nella Rocca, si giunge attraverso il calvario della malattia. Questa, però, assurge a strumento che nobilita, quasi un sostitutivo degno di rispetto alla vita comune, mediocre. Per il protagonista, “la malattia conferisce ai volti un presentimento, una luce che manca sulle guance dei sani, un malato non è meno bello di un santo”.

E quando la morte arriva, si compie lo scandalo supremo, lo strappo che tradisce il sentimento di divinità insito nell’uomo. Nella Sicilia colorata, la morte è racchiusa nello strano binomio luce-lutto. A differenza dei paesaggi nebbiosi, dove il morire appare quasi un perdersi nel crepuscolo, nei paesaggi luminosi, dove la luce trionfa, la morte è più sentita, più dolorosa, più intensa. Così, quasi a voler rimarcare tale differenza, la morte di Marta, donna amata del nord, si consuma a causa di una violenta emorragia, nel silenzio, interrotto solo da una tosse selvaggia, mentre quello del Gran Mago, assume i contorni di una commedia, di una sfida da teatro dei pupi. Nell’agonia, infatti, consegna al protagonista un plico per la bellissima moglie che anni addietro lo aveva abbandonato, contenente bestemmie e insulti.

Cadono tutti prima o dopo, eccetto il nostro eroe che non può far altro che conservare le stimmate interiori della sua malattia e continuare il suo incedere nei giorni. Non una sofferenza inutile, sia perché ogni dolore chiarisce la propria percezione della realtà, sia perché come ripeteva Bufalino: “il dolore dei poeti non è mai inutile”.

La malattia e la morte in Diceria dell’Untore sono raffigurate come elementi caratteristici della condizione umana. La malattia sembra quasi essere testimonianza visibile di una differenza interiore. La morte, pur concepita come scandalo che interrompe il cammino, Mistero che affascina ma che insospettisce per via della sua impenetrabile oscurità, offre all’uomo la possibilità di un confronto che lo coinvolge in tutta la sua complessità. È un confronto che non ammette riduzioni, totalitario e dispotico. Eppure, non ammette scorrettezze, è onesto fino all’eccesso e pur mantenendo il riserbo finché l’ultimo respiro non è stato emesso, offre garanzia di risposta.

Con l’ironia dell’intellettuale, Bufalino riconosce, in un aforisma del Malpensante, l’inadeguatezza di ogni opinione umana sull’argomento e l’incapacità di prendere una posizione definitiva in vita:

È un bluff? Non è un bluff? Fra poco muoio e lo vedo.

Malattia e morte, in fondo, non sono altro che strumenti necessari per raggiungere l’obiettivo vero, perché, come amava ripetere Miguel de Unamuno: “il fine della vita è di farsi un’anima”.


GiuseppeC

Sono Giuseppe Costanzo, catanese, da poco in Vidas e a Milano. Appassionato di narrativa, scrivo spesso di etica sociale e antropologia. Dopo tanto vagare e qualche mese nel sud delle Filippine, ho capito che l’impegno lo vivi ovunque e che la realtà ti provoca anche mentre stai seduto ad osservare il mare. Non so bene chi sono, ma faccio mia la convinzione di Unamuno: “E questo è il cardine di tutta la vita: che l'uomo sappia chi vuole essere”.

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