L’addio personale di Giovanni contro i “funeral show”

21CasaVidaslabibliotecaHo conosciuto tempo fa in Vidas un signore, che per comodità chiamerò Giovanni. Settant’anni ben portati, una vita trascorsa all’insegna della serenità: la moglie, due figli e il mestiere d’artigiano del legno. Dopo mezzo secolo la trama fatta di dignità, decoro e di affetti si è spezzata. L’amatissima Luciana (altro nome di comodo) è morta, in poco tempo, per una manifestazione tumorale particolarmente aggressiva. Giovanni non solo l’ha accompagnata con il suo amore immenso sino agli ultimi istanti, ma per lungo tempo ha chiesto e ottenuto di tornare ogni giorno nelle stanze di Vidas che l’avevano accolta. Un volontario tra i libri della biblioteca, una presenza che così mi spiegò:

So bene che altri non tornerebbero qui mai più, ma per me restare qualche ora tra queste stanze è come ritrovare Luciana ogni giorno, rivedere il suo volto, il suo sorriso. Ho detto ai miei figli: non sono diventato matto, non faccio del male a nessuno e sono padrone di me. Quando deciderò di non tornare più in Vidas ve lo farò sapere.

Così fu e sono certo che Giovanni ha trovato nei figli e nipoti le ragioni di una nuova esistenza.

Giovanni e il suo modo di esporre il rituale d’addio all’amata Luciana mi sono tornati alla mente leggendo sulle pagine de “la lettura” del Corriere una riflessione sui riti collettivi in occasione dei funerali di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ferito da un ultrà romanista e morto qualche mese dopo, di Davide Bifolco, ucciso da un carabiniere dopo un inseguimento e di Salvatore Giuliano, il ragazzo morto per un pezzo di cornicione cadutogli in testa a Napoli.
Chi vuole può leggersi il bell’articolo di Fulvio Bufi sul Corriere cliccando qui.

Tra quei riti collettivi e quello privato e individuale di Giovanni c’è un abisso, nessuna analogia è possibile. Tuttavia nello stridente contrasto tra l’esposizione mediatica ossessiva di quelle celebrazioni e la decisione di Giovanni, così personale e priva di clamori, c’è il filo rosso d’un impulso a sceneggiare l’addio, a mettere in scena una rappresentazione che copra quel vuoto che si pone dinnanzi al sopravvissuto, prima che la memoria faccia il suo corso. Le vie scelte sono tuttavia in radicale contrasto: l’una tutta privata, l’altra lastricata dall’affermazione d’identità di una comunità senza storia che materializza nel rito simboli, divise, scritte.

Qui non si tratta di giudicare, né emettere sentenze. Sarebbe troppo facile e in fondo banale. Resta l’impressione, forte, della dignità del rito voluto da Giovanni, di quel “rito per” contrapposto al “rito contro” di comunità sempre più povere di riferimenti e valori, come ben sottolineato dalle puntuali osservazioni dell’antropologo Marino Niola nell’articolo del Corriere.

Eppure c’era un tempo in cui si poteva scherzare sulla morte: era un modo per esorcizzarla, allontanarla. C’è una canzone del Gufi, cantori della Milano degli anni Sessanta, irriverente, che suonava così:

Funeral show gente che allegria
questo funeral show, piangere è follia in questo
funeral show salti balli suoni e canti
niente cuori affranti in questo funeral show
…Ecco che per strada passa il funerale
ossequi, condoglianze, come va?
… Un vecchio si avvicina tocca il braccio ad un parente:
ma pensi che l’ho visto in ascenseur.
Non mi fate un torto, datemi un cordone.
Ricordo l’anno scorso a Courmayeur


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per oltre 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Così qualche tempo fa ho detto sì ad un’amica che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Un impegno che mi onora e che tengo ad assolvere con il massimo impegno. Tanto più ora. È un debito di gioia e di riconoscenza che mi lega a Giovanna, da qualunque parte mi guardi.

1 commento

  1. alessandra:

    grazie Giuseppe,l’immagine che hai reso di di Giovanni,dell’artigiano del legno, è così delicata, composta e riservata che scrivendone, adesso mi sembra di infrangerla.
    Era davvero grande l’amore per Luciana.

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