Braccialetti Rossi, storia vera di Albert Espinosa

Può risultare scioccante vedere due parole come “felice” e “cancro” l’una accanto all’altra, eppure è così. Il cancro mi ha tolto alcune cose concrete: una gamba, un polmone, e un pezzo di fegato, ma me ne ha anche date molte altre alle quali difficilmente sarei arrivato da solo.
Che cosa può darti, un cancro? Credo che la lista sia interminabile: ti permette di capire te stesso, le persone che hai attorno, ti fa conoscere i tuoi limiti… Soprattutto ti toglie la paura di morire, forse la cosa più importante in assoluto. Finché un giorno sono guarito. Avevo ventiquattro anni quando mi hanno detto che non sarei dovuto tornare in ospedale.

La sua storia, Albert Espinosa, l’ha portata dentro un libro. È Braccialetti rossi (sottotitolo: “Il mondo giallo. Se credi nei sogni, i sogni si creeranno”), dato alle stampe nel 2014, e ‘dato’ alla Rai che ha prodotto l’omonima fiction tv di cui vedremo presto la seconda stagione. Negli Stati Uniti è poi già in onda il remake, Red Band Society, prodotto nientemeno che da Steven Spielberg che ne ha intuito il potenziale.

Braccialetti Rossi

Storia vera, quella di Albert, nato a Barcellona nel 1973: prima di diventare ingegnere chimico e regista famoso per i suoi testi teatrali, televisivi e letterari, gli tocca in sorte una serie di ricoveri scanditi a tappe regolari, in cui diverse tipologie di tumore, dai 14 ai 24 anni, pretendono da lui un polmone, una gamba e un parte del di fegato. Ne uscirà definitivamente guarito, e proprietario di una costellazione di esperienze che, non fosse per il tono volutamente ‘lieve’ del racconto, potrebbe scoraggiare gli umani più forti: ma non è davvero così.

Nelle centinaia di quaderni ai quali Albert affida appunti tutti i giorni, da quando intuisce che farlo gli torna e gli tornerà utile a riflettere su ciò che gli accade, emergono ‘fotogrammi’: i compagni, e la teoria dell’ ‘acquisizione’ di una parte delle vite di chi non ce l’ha fatta; un intero carrello, alla fine del percorso, ricolmo delle sue cartelle cliniche; la festa con gli amici per l’amputazione della gamba, le strategie elaborate per disinnescare l’angoscia in attesa dei referti, le rabbie urlate e le risate irrefrenabili, i ‘trucchi’ per combattere la nausea della chemio: la sequenza lunga di gesti e pensieri che affollano dieci anni di un ragazzo entrato in ospedale adolescente e uscito adulto.

Gli spunti sono infiniti, e alcuni molto insoliti. Fanno pensare, e probabilmente discutere. Questo, per esempio.

Quella che viene definita “soglia del dolore” è l’attimo in cui cominci a sentirlo, è l’anticamera del dolore, il momento in cui la tua testa pensa che sta per sentire male da qualche parte. La soglia del dolore è a mezzo centimetro dal dolore. Sì, sono in grado di misurarlo; sarà un’eredità della laurea in ingegneria, sta di fatto che mi viene naturale usare i numeri per pesare emozioni, sofferenza e persone. A volte mi chiedo se questo particolare ibrido non sia nato dal connubio tra cancro e ingegneria.
Poco alla volta, abbiamo smesso di sentire dolore, a cominciare dalle iniezioni della chemio. Quando ti fanno un’iniezione di solito senti male, ma abbiamo scoperto che il dolore deriva dall’idea del dolore.

O, ancora, l’‘addestramento’ alle infinite radiografie.

Sei tutto solo in quella stanza, visto che nessuno ha voglia di esporsi ai raggi X. E io? Io mi diverto, per caso? mi domandavo sempre, quando tutti se ne andavano. E non si tratta solo di rimanere immobile, ma anche di stare in silenzio. Come se non bastasse, devi gestire il respiro. Silenzio, immobilità e controllo della respirazione, a tonnellate. Senza che me ne rendessi conto, ogni volta che mi sottoponevano a una radiografia entravo in contatto con il mio io interiore, un autoesame; una strana sessione di yoga che mi faceva stare meglio.

Vi lascio scoprire la teoria dei ‘gialli’, che occupa quasi tutta l’ultima parte del libro: e che forse, insieme ad alcuni ‘ricettari’ un po’ ingenui, un po’ catechistici su come affrontare e risolvere diverse situazioni, è la fase meno convincente della lettura. Resta però una lettura singolare e, al di là del contesto clinico, ci interroga circa una possibile sfida sulle cose della vita: in cui può trovar posto una ‘capriola’, uno scarto, una trasformazione dal terrificante al ‘quasi normale’.


Diana

Sono giornalista - specializzata in musica classica e cultura - e scrittrice, affetta da consumo sfrenato di libri: narrativa e psichiatria, psicologia, teatro e poesia. Non ho figli, ma è come se ne avessi avuti molti: ho lavorato a lungo in una Onlus, ‘La Stravaganza’, che ha portato in tanti teatri italiani spettacoli di opere liriche mescolate a ‘canzonette’, cantate, danzate e recitate da disabili psichici e fisici. Per un periodo sono stata impegnata in Vidas come Ufficio Stampa. Raffaella mi ha invitato in questo blog, e ne sono molto più che felice.

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