Una morte dignitosa in ospedale è possibile?

Che cos’è dignitoso? Che cosa significa dignità? Scommetto che se ci venisse chiesto così, a bruciapelo, di dare significato a questa parola saremmo in difficoltà, chiederemmo forse di poter fare qualche esempio concreto e finiremmo per darne una versione molto personale.

Perché quello di dignità è un concetto soggettivo e mutevole nel tempo, anche grazie alla straordinaria capacità dell’essere umano di integrare dentro di sé il limite, adattandosi ad esso.

Immagine di Simon Bourgeois da Pinterest

Immagine di Simon Bourgeois da Pinterest

Ecco perché parlare di morte dignitosa significa concentrare l’attenzione sulla dignità della vita che volge al termine. Non c’è dignità senza rispetto del soggetto e non ci può essere rispetto senza ascolto di chi abbiamo davanti. Passa tutto da lì, dal bisogno che ciascuno di noi ha di continuare ad essere riconosciuto come soggetto sino alla fine.

L’ospedale non crea le condizioni per fare questo (ne parla in questo articolo La Stampa) e non mi stupisce che gli infermieri se ne accorgano più dei medici. Le ragioni sono molteplici. Addurre, come spesso accade, l’organizzazione come causa prima non risponde però al vero. Manca la formazione per accompagnare le persone morenti ma manca ancora prima una cultura che renda possibile – ai curanti prima che ai curati – di riconoscere la morte come parte della vita.


Giada

Sono medico, ho 40 anni da un po', da più di 20 mi occupo di cure palliative. Sono sposata con Giovanni, compagno di liceo. Ho due figli e un piccolo cane. Mi piacciono le cose semplici, le linee essenziali, lo stile minimale. Mi piace l’acqua per la sua capacità di adattarsi rapidamente ai contenitori e per la sua pazienza di modificare i profili delle cose. Se non avessi fatto il medico, avrei fatto il cuoco.

4 commenti

  1. Ezio:

    Giada hai ragione. Sono un collega che per molti anni ha lavorato in un Pronto Soccorso Pediatrico (ospedale S.Camillo di Roma).
    Spesso in ospedale c’è un problema di organizzazione e di cronica carenza di personale, però di fondo manca ancora una cultura diffusa che ci faccia lavorare nel rispetto totale della persona (non della malattia) che stiamo curando. Io a volte penso che le cure palliative siano un esempio di come dovrebbe essere una assistenza sanitaria di alto livello: la cura della persona realizzata con buone competenze professionali e con ascolto attento delle esigenze del malato.
    Le cure palliative non sono: diventare “buoni” perché il poveraccio che stiamo curando sta morendo.
    In ospedale, inoltre, spesso è carente la capacità di ammettere che quando non possiamo più guarire una persona possiamo e dobbiamo curarla e, se non ci siamo formati per fare questo, dobbiamo affidarla in tempo a chi lo sa fare. Se sto in un reparto di medicina e faccio la diagnosi a appendicite affido il malato al chirurgo, nello stesso modo devo affidare in tempo al palliativista le persone che non possono guarire.
    Esistono delle eccezioni e dei reparti ospedalieri che garantiscono la dignità del malato e, di conseguenza anche del morente.

  2. segio pedrotti:

    la ” dignita’ ” e’ un bel concetto , penso che dal punto di vista personale si rifaccia in qualche modo all’etica , che ognuno di noi bene o male ha , o in proprio o inconsapevolmente adottando qualcosa di sostitutivo ( assorbito dalla televisione , dalla cerchia della famiglia / delle conoscenze , dalla religione , . . )

    il punto focale e’ quello che dici tu : il ” bisogno che ciascuno di noi ha di continuare ad essere riconosciuto come soggetto sino alla fine ” :
    io interpreto espandendo il ” soggetto ” :
    quindi con possibilita’ di scegliere e di decidere ( e dunque il mio riferimento all’etica , che ha senso quando ci sono opzioni , se no si tratta solo del destino )

    mi viene in mente il sig. L. , di Ceylon , che sicuramente ricordi : per lui , dopo gli ospedali di Milano ed un breve passaggio nel day-hospice ( long-day ) di vidas , la ” dignita’ ” e’ stata andare a morire nel suo paese , dopo aver potuto consultare il “medico della giungla” ( parole sue ) : spero che abbia fatto in tempo a farlo

    ciao Giada L. , a presto !

  3. Giada:

    grazie Ezio: condivido la necessità di una cultura palliativa trasversale al mondo medico e penso che pur con il basso contenuto di tecnologia la medicina palliativa possa dare un contributo prezioso alla medicina moderna.
    grazie Sergio per aver sottolineato che quando parliamo di dignità non parliamo (necessariamente) di massimi sistemi, ma di piccoli gesti che rendono il quotidiano migliore.

  4. denis:

    condivido il fatto che la cultura della morte e del morire in Italia non c’è e che al solo nominare la parola “cancro” scappano tutti o quasi. Sto sperimentando proprio in questi mesi la mia brutta avventura con mia moglie, con una brutta recidiva dopo 22 anni dal primo episodio, e sinceramente negli ospedali, parlo di un reparto oncologico, non cè umanità dai più, medici compresi, molti infermieri non sono preparati a trattare con i pazienti, freddi, tutti nella posizione di difendersi, tutti o quasi a essere glaciali, spesso un ammalato si cura più con una carezza che con un farmaco, sto vivendo davvero un’esperienza dove mia moglie oltre che subire la malattia che la sta devastando, deve subire il trattamento spesso poco ortodosso del personale infermieristico e di qualche medico, in conclusiva penso che una morte dignitosa possa esserci si ma solo in qualche Hospice, curato nella’nima più che nel fisico, si sa anche che la realtà degli Hospice in Italia è quasi zero, abituati a delegare tutto a tutti invece che di farne un momento speciale, ho accompagnato mio padre a casa fino all’ultimo momento, in serenità assoluta, sempre vigile, e penso sia stato il più bel regalo che io gli potessi fare…cari saluti denis F

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