“Il paziente visita il dottore”, il percorso di chi da uomo diventa malato

Virginia Woolf nel saggio Sulla malattia, si chiede come mai esistano pochi capolavori letterari sull’argomento. Broyard (ne ho già parlato qui), ne Il Paziente visita il dottore, prova a rispondere a questa domanda, approfondendo le paure del malato e riconoscendo un volere che non si realizza in forme più o meno giustificabili di egoismo, bensì in desiderio di ascolto e incontro.

Kipps_Inspired by my hospice patient

Immagine tratta da http://meded.ucsd.edu/index.cfm/asa/student_affairs/the_human_condition/art/

Il paziente visita il dottore è un racconto autobiografico, in cui il critico americano riporta le sue impressioni sui “medici che ha visitato”, accompagnando il lettore lungo il percorso di chi da uomo diventa malatoNelle sue pagine, poche ma essenziali, si trova tutto il disagio di chi desidera continuare ad essere nonostante la comparsa di quel male che sembra minare la percezione di se stessi e della realtà. Ed è proprio l’apparizione fatale della malattia l’evento che muta la situazione, sovvertendo le certezze e ponendo il malato di fronte a colui cui sembra affidato il suo destino, il medico.

Sapere che siamo malati è una delle esperienze fondamentali della vita. Ci aspettiamo di andare avanti per sempre, di essere immortali. (…) Quando il medico mi disse che ero malato fu come una tremenda scossa elettrica. Mi sentii galvanizzato, una persona nuova. Tutte le mie vecchie, banali identità mi cascarono di dosso, e mi trovai ridotto all’essenza. Cominciai a guardarmi attorno con occhi nuovi, e la prima cosa che vidi fu il mio dottore.

Improvvisamente si realizza un nuovo stato d’essere e, altrettanto improvvisamente, l’incontro con il medico assume una fisionomia differente. Non è più un tecnico che comunica un malfunzionamento, ma un individuo che, pur irrazionalmente, diventa il compagno con cui affrontare una battaglia carica di significati. Nel primo incontro, Broyard, non incrocia il medico giusto, perché è incapace di rispondere alla sua inquietudine che, pur permeata d’illogicità, reclama attenzione.

Non mi piaceva come parlava: mi sembrava studiatamente studiato, come se posasse tutto il tempo, recitando la parte del dottore. In lui non vedevo nessun senso tragico della vita, nessun furioso desiderio di opporsi al fato. Naturalmente mi rendevo conto che le mie aspettative erano irragionevoli, che pretendevo un dottore ideale. Ero seduto nello studio di quel pover’uomo e lo confrontavo col modello eroico che mi ero messo in mente (…). Volevo un dottore, che rispondesse e trionfasse sulla mia irrazionalità.

L’autore propone una riflessione interessante: il malato, quindi l’Uomo, è colui che, privato dai conforti di una cultura che promette immortalità, ritrova il suo limite e la possibilità della fine. È lui l’attore principale e, in quanto tale, può permettersi quelle intemperanze tipiche di chi trova, anche in un capriccio, la forza per continuare a lottare. La malattia, che il medico tratta con un distacco generato dall’abitudine, rappresenta nel paziente la circostanza che genera l’agonia, intesa nel suo significato originale, ovvero come la «lotta» di chi vive lottando contro la morte. Non un avvenimento che si replica all’infinito, bensì l’avvenimento che si realizza nella vita di un essere umano e la trasforma.

Per il medico standard la mia malattia è ordinaria amministrazione, mentre per me è la crisi della mia vita. Mi sentirei meglio se avessi un dottore che si rendesse conto di questa incongruità. Non gli chiedo di amarmi; anzi, credo che molti autori che scrivono di malattia esagerino il ruolo dell’amore. Se uno già sta male, un amore comprato per l’occasione, come i fiori o i dolci che si portano in ospedale, può dare la nausea (…). Ciò di cui si ha più bisogno non è l’amore ma una comprensione critica, quell’apprezzamento della sua situazione che, nella letteratura della malattia, va sotto il nome di «testimonianza empirica». (…) Vorrei solo che meditasse sulla mia situazione per cinque minuti, percorrendo un breve tratto di strada legato a me, e che per arrivare alla mia malattia, esaminasse la mia anima e non solo la mia carne.

Quello descritto è il desiderio umano di una relazione che si compie nell’impegno verso l’altro, nell’accompagnamento in un cammino di bellezza che trasfigura il dolore e la morte perché le associa all’esperienza di un uomo che, anche nel buio della sofferenza, testimonia la sua necessità di essere nel rapporto con l’altro. Vuole essere perché è vivo, vuole essere perché nell’altro ritrova il proprio ruolo sociale, vuole essere perché stare con l’altro significa riconoscere la dignità senza la quale non ha senso lottare. Il malato su cui pende la sentenza di morte, non lotta per sopravvivere. Lotta perché gli sia riconosciuto un valore che nessuna condizione esterna può screditare. Lotta perché la sua dignità si traduca in responsabilità comune, quindi sociale, di rispetto e accompagnamento consapevole. In questa prospettiva, il medico non può sottovalutare il suo ruolo. Non può, quindi, diventare un tecnico che cura o comunica l’insanabilità di un male. Non è, certamente, realistico pensare ad un medico capace di vivere con la stessa intensità la malattia di ogni paziente. È realistico, invece, pensare ad un medico che umanizza la sua professione e avverte l’importanza di un approccio de-tecnicizzato e rispettoso della condizione del malato. Il riconoscimento di un valore svincolato da tecnicismi (anche culturali), incoraggia l’affermarsi di un approccio curativo centrato non solo sul management del dolore, ma anche sugli aspetti non guaribili della sofferenza.

Può darsi che il medico debba rinunciare a un po’ della sua autorevolezza in cambio di più umanità; ma, come sapevano i vecchi medici di famiglia, non si tratta di un cattivo affare (…). Ammettendo il malato nel suo cuore ha poco da perdere e tutto da guadagnare. Se ci riesce, insieme possono condividere, come pochi altri, la meraviglia, il terrore e l’esaltazione di essere sull’orlo dell’essere, fra il naturale e il soprannaturale.


GiuseppeC

Sono Giuseppe Costanzo, catanese, da poco in Vidas e a Milano. Appassionato di narrativa, scrivo spesso di etica sociale e antropologia. Dopo tanto vagare e qualche mese nel sud delle Filippine, ho capito che l’impegno lo vivi ovunque e che la realtà ti provoca anche mentre stai seduto ad osservare il mare. Non so bene chi sono, ma faccio mia la convinzione di Unamuno: “E questo è il cardine di tutta la vita: che l'uomo sappia chi vuole essere”.

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