Fu un vero colpo colpo di fulmine

Eccoci di nuovo insieme per scoprire un altro “dietro le quinte”. Questa volta si tratta di una penna nota a NoiDiVidas: Mauro, storico fisioterapista della nostra Associazione. La sua è una storia singolare soprattutto perché il fisioterapista è un professionista “nuovo” nell’ambito delle cure palliative e Mauro è senza dubbio uno dei più esperti su tutto il territorio nazionale. Quindi… buona lettura!!!

Fisioterapista cure palliative

Era l’estate del 2000: Lia, la nostra caposala attuale, mi chiese se me la sentissi di andare al domicilio di un assistito VIDAS che aveva fatto richiesta di fisioterapia. Io conoscevo VIDAS per l’assistenza data da volontari ai malati terminali e non sapevo dell’esistenza di équipe composte da personale sanitario (medici, infermieri, OSS). La figura del fisioterapista allora non era contemplata tra gli operatori strutturati: poteva essere un consulente esterno e come tale ero stato chiamato.

Fu, e uso le parole dette allora, un vero colpo di fulmine: m’innamorai subito dell’ambiente e del contesto in cui si andava a operare, il domicilio delle persone ammalate.

Ammetto il mio disorientamento iniziale, si trattò di un vero e proprio ripensamento degli obiettivi perseguibili con la fisioterapia. Ancor oggi, dopo quattordici anni, continuo a limare, adattare, ripensare il mio intervento rendendolo il più possibile “sensato”.

Ora sono convinto che la scelta di dedicarsi esclusivamente al mondo dei malati terminali sia stata giusta, ho imparato moltissimo dai colleghi che ho incontrato e che, in buona parte, condividono ancora la quotidianità del lavoro con i malati terminali. Ho imparato tanto anche dagli ammalati stessi, ascoltando le riflessioni e rispettando le loro prese di posizione, le scelte fatte e spesso da me non condivise. Ho già raccontato di assistenze significative. Ogni assistenza di un bambino ha lasciato segni indelebili dentro, non solo di sconforto per la morte di un bambino e del dolore insopportabile che ne consegue, ma anche per la grandissima dignità con la quale questi bambini affrontano la malattia e la sofferenza.

Con l’arrivo di Lucia, l’altra fisioterapista, ora siamo in due a rispondere ai bisogni di “movimento” degli ammalati. Lei si occupa degli ammalati ricoverati la mattina e va a domicilio, io seguo gli ammalati del Day Hospice e, al pomeriggio, gli ammalati che curiamo a casa.

Perché con i malati terminali? Spesso mi sono fatto questa domanda in questi anni. L’ultima risposta che mi sono dato è stata che lavorare con i malati terminali obbliga il fisioterapista ad essere essenziale nelle proposte operative, in un mondo dove sempre più “cose” sono ritenute terapeutiche, con ricadute anche interessanti sulla qualità della vita degli ammalati. Quando si opera nelle cure palliative, le “cose” che vanno a migliorare veramente la qualità della vita degli ammalati terminali sono poche e non facili da individuare, ci vuole esperienza e confronto costante con tutti i componenti dell’équipe interprofessionale che ha in cura l’ammalato. Quando le energie sono sempre meno, il tempo sempre meno, chiedere agli ammalati di investirli in attività fisiche che non abbiano una reale e immediata ricaduta sulla qualità della loro vita e di quella del care-giver è quanto di più sbagliato un fisioterapista possa fare. Questa è la sfida, lo stimolo costante che mi motiva quotidianamente.


Barbara

Barbara Rizzi: figlia, sorella, amica, moglie, madre e… medico palliativista di professione. Direttore Scientifico del CSF (Centro Studi e Formazione) Vidas dove lavoro dal 2001. Amo il silenzio, il profumo dell’erba appena tagliata, leggere, scrivere, passeggiare in montagna. Preferenze: piatto, pizzoccheri alla valtellinese; sport, pallavolo; colore, blu.

4 commenti

  1. sergio pedrotti:

    Mauro , in altre occasioni i tuoi contributi sono stati “emozionanti” , questo invece e’ grandemente razionale e scarno , per nulla emotivo , quindi piacera’ di meno

    leggendolo lentamente , e rileggendolo , mi pare di averne individuato un senso che mi piace molto : sintetizzo : e’ necessario saper rinunciare a molte delle cose che si potrebbero fare ( o dare ) , per concentrarsi solo su quelle realmente utili , caso per caso , nella ristrettezza cronica di “risorse” ( e tu ne citi due : energie e tempo )

    tu ne parli nel tuo campo specifico , ma lo stesso approccio puo’ essere applicato in molti ambiti , direi anche nella visione filosofica della vita , fino alle conseguenze piu’ estreme

    grazie dello spunto di riflessione , buon lavoro , a presto !

  2. mauro:

    Mi piace il senso che hai trovato all’interno di ciò che ho scritto per raccontare il mio incontro e il mio lavoro in VIDAS.
    Le energie diminuiscono con il passare del tempo per tutti, figurati per chi ha una malattia grave come un tumore, senza energia non si vive ma cosa si intende per “vivere”?
    P.S. Le emozioni che sono passate nei racconti precedenti sono quelle passate in me quando mi sono trovato nelle situazioni descritte, mio è solo il merito di aver avuto il coraggio di affrontarle e raccontarle…
    E’ sempre un piacere incontrarti qui e nei corridoi di Casa Vidas…M

  3. alessandra:

    E’ vero Mauro, in cure palliative occorre riconoscere ” l’essenziale” per il malato e non perderlo di vista. Quando la assistenza si prolunga tuttavia non è semplice mantenersi lineari ed essenziali , ma questa è la sfida.
    grazie Mauro

  4. mauro:

    Quando l’assistenza si prolunga vengono a meno le risposte che il professionista sa dare.
    Quando l’assistenza si prolunga si è coinvolti sempre più come persone e riuscire a dare risposte “personalizzate” senza farsi travolgere non è per niente facile…
    grazie a te Sandra

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