Il cinema che ci rimette al mondo: I corpi estranei di Mirko Locatelli

C’è una linea non visibile che ti fa distinguere un film necessario da uno che si sarebbe potuto evitare. Quando i tuoi occhi smettono di rimanere affascinati dallo schermo e si rivolgono come per magia anche all’interno. Quando non vedi più solo quel che succede ai personaggi ma vedi cosa succede dentro di te mentre i loro percorsi si snodano. Ritengo che “I corpi estranei” faccia parte dei lavori necessari.

È la storia di un uomo del sud che viene a Milano per curare il suo piccolissimo bambino di tumore al cervello. Il resto della famiglia – moglie e un figlio più grande – è rimasto al sud e compare per noi solo attraverso le telefonate al cellulare. L’ospedale è un mondo di dolore che ospita anche una famiglia nordafricana, con la quale il nostro protagonista avrà degli scarni ma essenziali contatti.

A dispetto dei numerosi film che vengono prodotti e distribuiti sulle malattie, sulla guerra, sulla violenza e altro ancora, raramente il cinema ci mette autenticamente in contatto con dolore e paura. Il motivo si chiama marketing: viviamo in un tempo consolatorio e buonista che detesta la verità e tutto ciò che la verità comporta. Il cancro è sì trattato da molti film, ma è rarissimo che l’esperienza proposta tolga le barriere dello spettacolo e della distanza. Commuoversi per un personaggio è diverso che venire scaraventati con gli occhi e con il cuore nelle proprie paure reali. Questo è il cinema come dovrebbe essere sempre: quello che ferma la tua vita per due ore e ti ci rimette in contatto.

E nel caso di Mirko Locatelli è la magia del realismo quando riesce: un’immersione anima e corpo in una vicenda cui puoi partecipare davvero perché sta davvero avvenendo davanti a te, perché credi nei personaggi, nelle situazioni, nei luoghi, nel clima. Perché sei dentro e con-dividi con un senso di privilegio l’intimità vera del protagonista.
Durante tutto il suo corso, “I corpi estranei” ci restituisce la bellezza della vita se proviamo a leggerla: piena di metafore e simboli che sono lì per noi se solo vogliamo guardarli. Un uomo del sud senza soldi e una famiglia di immigrati nordafricani, tutti nella Milano d’avanguardia, tutti stranieri nella città degli altri. Perché il dolore ci rende estranei al mondo, allontana vicini e congiunti ed è spesso capace di creare il deserto.

Locandina di I corpi estranei

Eppure il dolore è forse l’inevitabile che più di ogni altro ci lega. Nel dolore siamo impotenti e ci sentiamo orfani di una vita che speravamo diversa. E qui c’è il colpo d’ala più bello del film, perché chi è orfano dello stesso genitore (la vita, appunto) è anche fratello. Nel senso più laico ma più forte che si possa immaginare: l’empatia che ne nasce attraversa senza visti e permessi le etnie, le culture e le età. Saltano i pregiudizi e l’incontro con il dolore dell’altro ci rimette a noi stessi e quindi ci rimette al mondo.
Non occorrono grandi eventi di trama, finali a sorpresa o sottostorie strategiche. Non occorrono il melodramma né la furbizia della confezione: basta la verità guardata con occhi amorevoli e senza paura.

“I corpi estranei” non ci chiede di amare il cancro ma ci mostra la bellezza del non sottrarci ai passi che ci vengono preparati dal percorso, ci mostra l’intensità del rimanere in contatto senza filtri e senza fughe con tutto quello che ci è dato di sentire e di attraversare, perché bello o brutto che sia è comunque per noi.

Un grande merito di questo film e di Mirko Locatelli è di non dire mai niente sul dolore, di non pronunciare mai i sentimenti e le emozioni. Perché al cinema le cose non devono essere spiegate, devono accadere e basta. È un film concreto, semplice, diretto, difficilissimo. A noi la speranza che una strada di ritorno al cinema che ci somiglia e da cui storicamente proveniamo si possa riaprire. Abbiamo bisogno di storie vere ben raccontate e, se avremo il coraggio di non respingere e mistificare il dolore, potremo anche tornare ad essere – come diceva Paolo Grassi – “una comunità che si raccoglie attorno ad una storia”.


Giovanni

Mi chiamo Giovanni, sono sposato con Giada e abbiamo due figli. Amo le storie, soprattutto quelle raccontate al cinema. Leggo spesso i vostri racconti perché più invecchio più mi innamoro della verità.

2 commenti

  1. Barbara:

    Lo hai definito “un film concreto, semplice, diretto, difficilissimo” e forse proprio per questo mi hai fatto venire voglia di guardarlo. Non sarò capace di cogliere le mille sfumature che occhi esperti come i tuoi sanno vedere ma sono certa che film così “concreti, semplici, diretti, difficilissimi” possono aiutare me (e ciascuno di noi) ad affinare capacità di analisi e critica. Quindi… grazie per aver condiviso i tuoi pensieri con Noi di Vidas!

  2. mauro:

    Che bello ri-leggerti, mi sei mancato…tanto!

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