Così ho compreso quale fosse il significato dell’essere medico per me

In una soleggiata mattina di primavera di tanti anni fa, mentre stavo facendo il giro visite in ospedale, una mia collega si avvicina e mi chiede di fare una pausa caffè. Per fortuna la situazione in reparto era tranquilla e così la seguii prontamente. Davanti alle macchinette del caffè sentii parlare per la prima volta di Vidas. La mia collega, infatti, mi chiedeva se ero interessata per l’estate a dare una mano all’Associazione dove lei già da tempo lavorava, così da permettere ai medici di andare in ferie…
L’incontro vero con Vidas, però, fu qualche settimana dopo: il primo paziente che mi fu affidato al domicilio mi fece capire che quello era il mio posto!

Sostegno

Di tempo ne è passato parecchio da quel primo “casuale” incontro, così anche il mio lavoro è maturato in questi anni. Oggi, infatti, oltre all’assistenza diretta ai malati in hospice e al domicilio, mi occupo anche di formazione e coadiuvo la mia collega nella direzione sociosanitaria. Questa “doppia” veste di medico e direttore mi ha permesso di ampliare lo sguardo sul mondo delle cure palliative e fa del mio lavoro, per quanto impegnativo e full-full time, uno dei lavori più affascinanti che esistano!
La mia quotidianità per questo non è mai monotona dovendomi dividere tra studio, ricerca, formazione, assistenza, gestione, ascolto, progettazione… Alle mie figlie, quando alla sera mi chiedono: “Mamma, cosa hai fatto oggi?” qualche volta rispondo: “Mi sono riunita!!!”. Ma poi, se chiudo gli occhi e ripenso alla mia giornata, ciò che mi viene subito alla mente sono gli sguardi e i volti dei malati e dei loro familiari e subito sorrido.

Negli anni dell’università nessuno mai mi aveva parlato di malati terminali. Gli anni novanta erano gli anni in cui ancora si credeva che la medicina fosse onnipotente e capace di guarire, sempre. Così, a noi studenti veniva fatto credere che la morte fosse una complicanza – fastidiosa – del decorso della malattia.
Poi, una volta laureati si iniziava a lavorare da soli… guardie mediche su guardie mediche che improvvisamente ti rimandavano a una realtà molto diversa: l’uomo muore. Alla fine della sua vita, muore. Inevitabilmente. Talvolta muore da sano. Ma la maggior parte delle volte muore da malato. Nel primo caso al medico viene chiesto di certificare il decesso, nel secondo caso – talvolta – il medico viene coinvolto nel percorso di fine vita.

Simone… Lucia… Vittorio… Federica… Renato… Maria… Edoardo… Paola… Paolo… Patrizia… Sara…
Ogni incontro con un paziente è un incontro speciale, unico, è un incontro che lascia un ricordo che il tempo non cancella, è un incontro che lascia un segno nel cuore, è un incontro che ti cambia la vita, ti plasma l’anima.
Ma forse il malato che occupa il posto d’onore nel mio cuore è e rimane il “primo”: Andrea. Era un mio coetaneo, avrebbe dovuto sposarsi di lì a due mesi ma la sua fidanzata l’aveva comunque lasciato da tempo perché non aveva retto all’idea di vederlo morire. Io ero molto giovane ed ero l’ultima arrivata in reparto: mi portavo l’entusiasmo dell’essere giovane sia dal punto di vista personale, con i miei progetti di matrimonio, sia dal punto di vista professionale, con i miei sogni di futuro medico ospedaliero… Ad Andrea mi ci sono affezionata, inutile negarlo, e ho pianto alla sua morte, accanto alla sua mamma. Se allora per me fu “solo” un’assistenza molto dolorosa, oggi posso dire che è stato lui la persona che mi ha condotto per mano verso la medicina palliativa. Lui che mi aveva chiesto di non scappare di fronte alla sua morte. Lui che mi aveva chiesto di essere prima ancora che fare, di stare prima ancora che prescrivere. Un maestro di vita più che un paziente, a cui ancora oggi non posso che dire GRAZIE! Nel giro di due-tre settimane ho compreso quale fosse il significato dell’essere medico per me, e dove avrei potuto svolgere la mia professione sentendomi “a casa”: accanto all’uomo malato, morente, al quale troppo spesso la medicina ufficiale voltava le spalle, ma per il quale ancora molto si sarebbe potuto fare.


Barbara

Barbara Rizzi: figlia, sorella, amica, moglie, madre e… medico palliativista di professione. Direttore Scientifico del CSF (Centro Studi e Formazione) Vidas dove lavoro dal 2001. Amo il silenzio, il profumo dell’erba appena tagliata, leggere, scrivere, passeggiare in montagna. Preferenze: piatto, pizzoccheri alla valtellinese; sport, pallavolo; colore, blu.

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