Stanchezza

Voci meravigliose di due donne poetesse. Marina Cvetaeva (si pronuncia Zvietàieva ), ebbe una vita tormentatissima: conobbe la miseria, la persecuzione, i lutti, e morì suicida. Emily Dickinson, invece, tranne che in una sola occasione, non si mosse mai da Amherst, paesino del Massachuttets, e nemmeno, negli ultimi tempi, dalla propria stanza. Due percorsi e due voci molto diverse – Cvetaeva nell’impegno civile e politico, Dickinson in ascolto introspettivo caleidoscopico – ci suggeriscono due declinazioni differenti della stanchezza, della spossatezza che ci abitano a volte nella vita, per dolore, difficoltà, malattia.

Come al solito associo liberamente: insieme alle liriche brevi di queste donne impagabili, una musica di Battiato. L’Oceano di Silenzio è composto in collaborazione con Fleur Jaeggy, che per questo brano inventa due testi in tedesco, e Battiato li inserisce. Il primo: “Der Schmerz, der Stillstand des Lebens/ Lassen die Zeit zu lang erscheinen”. Il dolore, il fermarsi della vita/ lasciano apparire il tempo troppo lungo. Il secondo: “Und mir scheint fast/ Dass eine dunkle Erinnerung mir sagt/ Ich hatte in fernen Zeiten/ Dort oben oder im Wasser gelebt”. E mi pare quasi che un oscuro ricordo/ mi dica che ho vissuto in tempi lontani/ o là in alto, o nell’acqua.

Dopo un grande dolore, i sensi solenni s’atteggiano –
Come tombe i nervi siedono cerimoniosi –
Il cuore, irrigidito, si chiede: fui io a sopportare
e fu ieri, o secoli addietro?

Meccanici si muovono i piedi –
Percorso di terra, di aria, di nulla –
Un cammino legnoso,
che va a caso,
una pace di quarzo, come pietra –

Questa è l’ora di piombo –
che ricorda chi sopravvive
come gli assiderati, la neve
Dapprima una sensazione di freddo – poi lo stupore –
Infine la resa.
EMILY DICKINSON, Silenzi, Feltrinelli, 1986

emily dickinson

Nell’immagine di Emily Dickinson, la più nota tra le pochissime che abbiamo, stanno i primi quattro versi di una poesia del 1863. “Poiché per la Morte non potevo fermarmi,/ gentilmente la Morte si fermò per me./ Per noi soli in carrozza c’era spazio – /E per l’Immortalità”.

Con me non bisogna parlare,
ecco le labbra: date da bere.
Ecco i miei capelli: carezzali.
Ecco le mani: si possono baciare.
Meglio, però, fatemi dormire.
MARINA CVETAEVA, Poesie, Feltrinelli, 1979

Gli occhi chiusi - Redon
Odilon Redon (1840-1916)
Gli occhi chiusi (1890)


Diana

Sono giornalista - specializzata in musica classica e cultura - e scrittrice, affetta da consumo sfrenato di libri: narrativa e psichiatria, psicologia, teatro e poesia. Non ho figli, ma è come se ne avessi avuti molti: ho lavorato a lungo in una Onlus, ‘La Stravaganza’, che ha portato in tanti teatri italiani spettacoli di opere liriche mescolate a ‘canzonette’, cantate, danzate e recitate da disabili psichici e fisici. Per un periodo sono stata impegnata in Vidas come Ufficio Stampa. Raffaella mi ha invitato in questo blog, e ne sono molto più che felice.

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