Resisterà la memoria dell’Olocausto quando l’ultimo dei salvati si ritroverà con i milioni di sommersi?

Il 27 gennaio è il giorno che fu scelto nel 2000 dal Parlamento italiano per ricordare l’Olocausto. In quel giorno del 1945, con l’ingresso delle truppe sovietiche, fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz.
La decisione è frutto di un compromesso che disinnescò molte tensioni. Nel dibattito entrarono altre date: il 12 giugno, compleanno di Anna Frank; il 16 ottobre, in ricordo del giorno del 1943 quando venne compiuta la razzia nel ghetto con la deportazione di 1022 ebrei romani. Il 27 gennaio fu una data più europea e meno italiana e servì ad attenuare la portata della scelta rispetto ad atti compiuti sul nostro territorio.
Eppure, sostiene con fondatezza lo storico Giovanni De Luna

una memoria collettiva diventa ufficiale quando a stabilire i confini del patto su cui si fonda interviene la sanzione dello Stato, quando la Memoria si incontra con la Politica e le istituzioni… perché quel patto risulti credibile deve fondarsi sulla ricerca della verità.
da “Le ragioni di un decennio”, Storie della Feltrinelli.

Memoria comune, memoria condivisa: questo uno dei perni su cui s’incardina l’Olocausto perché non diventi un puro rituale. Ma c’è un’altra questione che s’intreccia e fa tutt’uno con la precedente, ne rappresenta il presupposto: che l’oblio non scenda nel corso di questo Terzo Millennio.

Presto infatti non resterà altro che la parola scritta a raccontarci della lunga notte della ragione. “Noi non c’eravamo”: che altro potremo dire quando l’ultimo dei salvati tornerà a fare compagnia ai milioni di sommersi?

"A sigth in Auschwitz concentration camp" di Petar Milošević

“A sigth in Auschwitz concentration camp” di Petar Milošević

Il grande libro dell’Olocausto esiste, non nei pur pregevoli compendi che recano tale titolo. È un immenso tomo composto da testimonianze, diari, saggi d’inquadramento storico, opere di speculazione filosofica. Milioni di pagine, rese di agevole consultazione dal formidabile viatico di Internet, sono a nostra disposizione. Il primo dei problemi odierni non é tuttavia, come spesso accade, chiedersi che cosa leggere per capire, ma se leggere o lasciare che l’immenso tomo giaccia relegato sui fondali del mare web.

Il genocidio ebraico sta infatti entrando in una nuova dimensione che ci vede, proprio qui e proprio ora, più che mai coinvolti in prima persona. Il rito affabulatorio che ha accompagnato il tempo della memoria, la visione collettiva di un abisso di orrore che sembrava appartenesse ad altri, perché raccontato da altri, sta per compiersi. Per taluni, i più, è già compiuto.

Proprio di questi temi s’occupa uno stimolante saggio di David Bidussa (“Dopo l’ultimo testimone”, edito nel 2009) che si sofferma sulle nuove prospettive legate agli interrogativi di sempre dell’Olocausto, la centralità delle vittime e il diritto alla giustizia, la macchina distruttiva del potere.

E adesso pover’uomo? L’interrogativo posto dallo splendido libro di Hans Fallada, uscito nel 1932, e che conteneva già per chi avesse occhi per leggere tutto quanto di inenarrabile accadde negli anni successivi, si ripropone ora, 82 anni dopo, in un mondo dove in apparenza tutto è mutato.

Finiti i tempi delle celebrazioni, delle cerimonie consolatorie, dell’indignazione collettiva dopo gli anni dell’oblio, restiamo noi tutti, uno per uno, di fronte alla coscienza del genocidio, a chiederci: “Potrà riaccadere in futuro? Saremo noi, potremo essere noi i volonterosi carnefici di un futuro Olocausto?”

Non mancano foschi segni premonitori in ogni parte del mondo.

Ci domandiamo dunque se la lunga stagione delle testimonianze abbia lasciato in noi tracce sensibili e durature, tali da percepire il baratro prima che esso di nuovo si presenti in mutate forme.
La risposta non c’è e non esistono antidoti al sonno della coscienza collettiva se non tenere desto il senso della responsabilità individuale. In ciascuno di noi si cela il contabile Johannes Pinnenberg di Fallada, una vita onesta e laboriosa finché la crisi economica lo investe come una tempesta e lo conduce alla perdita della propria dignità, barricato con la moglie in casa, chiuso a contare i pochi soldi e i magri affari. Il piccolo uomo (Kleiner Mann è il significativo titolo originale) preferisce abitare nella zona grigia di chi non prende parte, un territorio di apparente neutralità che rivendica con orgoglio. Torna alla mente un’altra zona grigia, quella abitata dagli schiavi privilegiati nei campi di concentramento narrata da Levi e di quanti volsero lo sguardo altrove. “Io non c’entro, non è affar mio”: così ci trasformiamo, senza capire, in tanti ciechi replicanti di gesti in apparenza innocui, ma che sono alla radice della formazione del consenso di massa.

Leggere dunque l’Olocausto non è facile, perché capire non è facile, perché siamo tutti coinvolti e non lo sappiamo. Siamo dovuti entrare nel ventunesimo secolo per comprendere quanto fosse importante segnare una data, il Giorno della memoria, per consegnare un simbolo alle generazioni che verranno.

Esse si troveranno dinnanzi a una immensa produzione letteraria, a dolenti testimonianze, si porranno gli stessi interrogativi che prima di loro si sono posti semplici normali cittadini che la sorte matrigna ha trasformato in narratori, intellettuali e filosofi che anche per esperienza diretta si sono cimentati con l’analisi dell’inferno. Dolorosi tracciati speculativi spesso conclusi con urla disperate di fronte al Male fatto Uomo:Nulla sembra essere di qualche utilità per comprendere l’evento Auschwitz” (Hans Jonas), “Qualcosa di tragicamente congelato nell’incomprensibile” (Jean Amery). Ma anche con moniti a non arrendersi: “Il male non è qualcosa di radicale, ma un fenomeno di superficie a cui l’uomo può resistere solo attraverso la profondità dell’esercizio del pensiero e della capacità di giudizio” (Hannah Arendt).

Pensare al male significa interrogarsi sul silenzio di Dio. Di qui le riflessioni amare e gli interrogativi che hanno scosso le coscienze dei credenti (come ha potuto Dio permettere tanto male?): “Di fronte al male è pur sempre quel Dio di bellezza, amore e potenza a venir chiamato in giudizio” (Elie Wiesel); “Dio è buono e impotente di fronte al Male e perciò è più che mai bisognoso dell’aiuto dell’uomo”(Etty Hillesum); “La contaminazione di Dio nasce dall’atto creativo con il quale egli si spoglia della natura divina” (Simone Weil).

Le generazioni che seguiranno si troveranno dunque di fronte al bisogno di raccontare dei loro progenitori. Sapranno farlo proprio? Vorranno dar retta all’imperativo categorico che mosse le coscienze di Amery e di Primo Levi: rompere non già il silenzio divino, ma quello degli uomini? Riusciranno a comprendere l’angoscia della distruzione delle prove che attanagliò i reduci dai campi, già pervasi dal senso di colpa del sopravvissuto?

Se una risposta non è possibile, legittima è la speranza. Finché un solo uomo pensa, legge o s’informa, la rimozione è bandita. Perché la storia dell’Olocausto altri non è che la nostra storia e racconta tutto di noi, dalla forza che mai immaginiamo di possedere giù fino agli abissi della miseria morale, al silenzio anche quando si sa che fa male, all’indifferenza che ci porta a negare l’evidenza.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Potevo scrivere libri, ma poi mi sono chiesto se avevo davvero qualcosa di importante da dire. Risposta: no. Il sì’ l’ho invece detto all’amica Giovanna che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Perché sì? Perché avevo qualcosa da dare a chi è solo e soffre. E poi a Giovanna, meglio alla signora Cavazzoni, non si può dire no. E se capiterà vi spiegherò la ragione.

2 commenti

  1. sergio pedrotti:

    Bravo Giuseppe Ceretti , come e piu’ del solito , e’ un tema che a parlarne per scritto fa emozione e timore , veramente a volte le parole sembrano difficilmente adatte

    tu concludi con ” indifferenza che ci porta a negare l’evidenza” . .
    e allora mi viene da dire che un modo per non dimenticare l’orrore e le ingiustizie del passato sarebbe quello di vigilare per non ricaderci , neanche di striscio …
    e penso alle tragedie degli annegati e dei quasi-annegati nel mediterraneo , di questi anni e disgraziatamente dei prossimi mesi / anni : non mi e’ cosi’ evidente , per ora , una mente ed un disegno malefico , ma anche a suo tempo pare che non lo fosse , poi a posteriori … le autopsie sono sempre piu’ chiare e certe delle analisi e diagnosi ?

    o forse i suddetti annegati e quasi-annegati ( migliaia ? decine di migliaia ? fra un po’ , centomigliaia ? ) non sono altro che un effetto collaterale del consumismo e dello sfruttamento di . . . . ? di chi su chi . . ?

  2. alessandra:

    grazie Giuseppe per il tuo scritto anche tanto profondo e ricco di spunti.
    Io posso citare Victor Frankl “uno psicologo nel Lager”? E’ un bellissimo esempio della forza data all’uomo dalla spiritualità e dalla speranza che supera anche quella delle torture dei Lager.
    grazie, Alessandra

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