“Come maiali”. Per non dimenticare

Non regalo più giochi ai miei ragazzi per le ricorrenze importanti, regalo ricordi.
Quello che vorrei condividere con voi è il racconto di una giornata speciale, un ricordo da tener vivo.

Usciamo da un cancello come uomini liberi, portandoci il peso di una parte di storia incomprensibile; dallo stesso cancello entrarono migliaia di persone ignare del loro destino, persone che non avranno più l’opportunità di rivarcare quella soglia.
Siamo a Dachau, siamo nel primo campo di sterminio nato in Germania.
Sulla cancellata nera, che divide il mondo dall’inferno, una frase beffarda… “il lavoro rende liberi”.
All’uscita dallo stesso cancello qualche ora dopo rileggendo la frase un misto di nausea e di vergogna mi prende lo stomaco.

Arbeit macht frei - Dachau

Entriamo in una grigia giornata di novembre sotto una pioggerella fine che fa di contorno, i miei ragazzi capiscono che non è un luogo come tanti altri e rimangono stranamente in silenzio.

Conoscono a grandi linee la storia, ora voglio che la tocchino, che la vedano che la sentano.

Iniziamo la visita dal locale principale dove venivano ammassati i deportati e divisi a seconda della nazionalità.
Ho la macchina fotografica in mano e cerco sempre attraverso l’obbiettivo di cogliere lo spirito di quello che vedo ma mi sento un po’ fuori luogo. Decido di scattare in bianco e nero perchè il colore mi sembra di troppo.

Dachau nasce nel 1933 in un giorno di Marzo come campo d’internamento per gli avversari del nazionalsocialismo. I primi prigionieri stranieri entrano nel campo nel 1938 dopo l’annessione dell’ Austria. Il campo diventa allora strumento di terrore per il consolidamento del potere del governo. Diventerà il “prototipo “ di campo di sterminio, preso ad esempio per la costruzione di tutti gli altri.

Il numero sulla casacca di un deportato di DachauIl luogo è spoglio e sterile, il freddo ti coglie all’entrata e ti accompagna per tutta la visita… freddo come quello che dovevano provare i deportati che venivano privati di tutto all’ingresso, dei vestiti, dei beni, dell’identità e della dignità .

Giriamo un po’ attoniti tra i locali guardando le fotografie appese alla pareti. Guardo i miei figli per capire se stanno comprendendo appieno il senso di quella visita. Lorenzo, il piccolo, mi sta appiccicato perché ha bisogno che traduca per lui le immagini che sta guardando.
Non ho molte risposte per lui ma la verità è che non ne ho molte neanche per me.
Ci soffermiamo a guardare una divisa appesa in una teca, spiego a Lorenzo il significato del numero e del colore del simbolo e cerco di rendere a parole concetti ignobili. Come poter spiegare una cosa che neanche io capisco?

Dachau

 

Attraversiamo la piazza dell’appello, grande rettangolo di ghiaia dove venivano radunati tutti i deportati; cerco di immaginare il piazzale ora deserto pieno di detenuti ed immagino il freddo provato quando per punizione venivano tenuti fermi ore in piedi ad aspettare.

Andiamo a visitare le baracche… due delle 34 sono state ricostruite, delle altre che si affacciavano simmetriche sul viale principale non rimane altro che le fondamenta.

L’assegnazione dei prigionieri alle rispettive baracche si basava sull’ideologia razziale nazista. Gli edifici in fondo al campo erano per i deportati considerati inferiori: Polacchi, Russi, Ebrei ed omosessuali.

L'interno di una baracca di Dachau

L’interno delle baracche è impressionante… ammassati come bestie vissero in questi posti angusti migliaia di persone. Piccoli letti di legno con materassi di paglia. Se non riuscivi a ridare la forma giusta al materasso al mattino rischiavi di morire.
Progettato per ospitare 5.000 detenuti, il 29 Aprile 1945 quando Dachau venne liberata vennero trovati 67.665 sopravvissuti.
Percorriamo il viale in silenzio cercando di immaginare quali potessero essere le speranze di quegli uomini, cercando di immaginare cosa potesse dar loro il coraggio di andare avanti.
La baracca 3 era la più temuta, la caserma degli esperimenti, qui vennero compiute atrocità e crudeltà terribili: i prigionieri scelti venivano immersi in acqua ghiacciata fino alla morte in modo da calcolare il tempo medio trascorso oltre il quale non avrebbe avuto più alcun senso cercare i paracadutisti caduti nell’acque del canale della Manica dopo essere stati abbattuti.
Racconto queste cose ai miei figli più smarrita che mai ma mi rendo conto che i ragazzi rimangono meno stupiti di una crudeltà finalizzata ad un dato tecnico che della crudeltà dovuta ad un ideologia.

lampione

Tutto attorno al campo un enorme fossato divide questa isola di terrore dal mondo esterno. Un muro di reticolato di filo spinato elettrificato fa da contorno. I detenuti che non reggevano psicologicamente usavano il reticolato per suicidarsi.

In fondo al campo superando un cancello entriamo nella parte terribile del campo: il forno crematorio. Questa è l’ultima luce esterna ad illuminare il percorso.

Mi chiedo quante anime l’avranno fissata.

I forni crematori di Dachau

 

 

Quante volte sui libri di scuola, nei racconti , nei film ho visto questa immagine ma ora che sono qui davanti, che sento l’odore unico della morte che impregna questo locale, che guardo dentro la bocca di questo forno aperto mi sento piegare le ginocchia.

 

Camera a gas di Dachau

 

 

 

Nel locale adiacente c’è la camera a gas. In realtà quella di Dachau non lavorò molto, i detenuti morivano prima, stremati dal lavoro, dalle percosse, dalla mal nutrizione o dagli esperimenti medici.

I ragazzi si muovono dentro questa stanza , rettangolo buio con due porte d’accesso ed una piccola feritoia.

 

 

 

Camera a gas di Dachau

Lorenzo mi indica un bocchettone sul soffitto. Come spiegargli cosa è una camera a gas?

Come spiegare una cosa simile ad un bambino di nove anni? Con sorpresa scopro che ne ha già una triste idea. La scuola, la televisione, i libri hanno già gettato le basi della conoscenza. Ne sono sollevata. Quando ero piccola io non si parlava di queste cose ,erano argomenti “sconvenienti”.

Mentre vaghiamo in silenzio, un po’ storditi da quanto vediamo, ci viene incontro un vecchio signore tedesco, una guida, che ci illustra cosa accadeva dentro il campo.

Il signore ci racconta di come i detenuti venissero venduti come forza lavoro alle fabbriche. Con una freddezza imbarazzante ci racconta come avveniva il contratto tra il campo di concentramento e l’azienda, tutto era registrato accuratamente e c’era una specie di listino prezzi ” sa…siamo tedeschi “ci dice con un misto di vergogna.

Il detenuto costava un tot all’ora ma era forza lavoro conveniente rispetto alle paghe dei lavoratori comuni. Veniva affidato all’azienda per nove mesi e poi veniva sostituito. L’azienda che lo acquistava doveva sostenere le spese della sua eliminazione quando moriva ma se il detenuto morto possedeva in bocca qualche capsula d’oro il valore economico di questa veniva riconosciuto al possessore del “bene” e detratto dalle spese. Inoltre le ceneri del detenuto venivano rivendute come concime.

Ha presente il detto…del maiale non si butta via niente” ci dice abbassando gli occhi. A mesi di distanza non riesco ancora a dimenticare questa frase.

Non riesco a stare dentro questi locali. Mi manca l’aria. Uscendo intravvedo una coppia giovane di turisti che si fa fare una fotografia con il forno crematorio alle spalle e mi chiedo quante persone capiscano fino in fondo la sacralità di questi posti.

Usciamo con passo affrettato, la pioggia nelle ossa ed un peso terribile addosso.
In macchina per i primi minuti nessuno dice niente, cerchiamo argomenti futili per distrarci perché dobbiamo elaborare quanto visto.

Ai miei figli all’ingresso del campo ho detto “…vi ho portato qui perché quanto vedrete non deve accadere mai più, tramandate questa cosa ai vostri figli per non dimenticare. La conoscenza e la memoria sono gli unici strumenti che abbiamo per non commettere più gli errori del passato”.

A voi chiedo di soffermarvi un attimo sulle mie fotografie (cliccandoci sopra le potrete vedere anche ingrandite)… dicono molto di più delle mie parole.

Il filo spinato che circonda Dachau


Elisabetta

Sono Elisabetta, in Vidas mi occupo di sicurezza sul lavoro e di formazione. Sono innamorata persa dei miei figli che mi fanno sentire un dinosauro e del mio compagno con il quale ho imparato la bellezza del termine condividere. Dalla vita vorrei in regalo il tempo perché tutto il resto già lo possiedo. Amo il vento, il profumo della terra dopo che ha piovuto, il sole che ti scalda il viso, le righe che fanno gli aerei in cielo, la tela dei ragni, il profumo del caffè a colazione, il mio terrazzo d’estate e la fotografia che ferma il tempo.

3 commenti

  1. emma sannazzari:

    Tutti i giorni sono il giorno della memoria. Per non dimenticare mai quello che e’ accaduto,

  2. Osborne cox:

    ho visto Mauthausen, Auschwitz e Birkenau. Anche se sono posti che abbiamo visto infinite volte in fotografia e al cinema l’impatto e’ molto forte. O almeno lo e’ stato per me, che bambino comunque non sono. Ad Auschwitz ho visto un ragazzo ebreo accarezzare il muro della camera a gas, segnata dai graffi fatti dai dai condannati con le unghie

  3. alessandra:

    cara Elisabetta io credo che i piccoli rispondano all’odio con l’odio, alla violenza con la violenza, che sono le reazioni più istintive, pertanto mi chiedo se la visione di brutture sia educativa.
    Giuseppe ha citato il pensiero di Hannah Arendt, ebrea e tedesca “…il male non è qualcosa di radicale ma un fenomeno di superficie cui l’uomo può resistere solo attraverso la profondità dell’esercizio del pensiero e della capacità di giudizio ” ecco io penso che questo vada coltivato da piccoli e da grandi
    grazie, Alessandra

Lascia un commento

Questo spazio è a disposizione di tutti per dare il proprio contributo al dibattito con riflessioni, pensieri, domande. Se sei un nuovo utente leggi la policy e ricorda che il tuo primo commento verrà rivisto dagli amministratori prima di essere pubblicato.


*obbligatorio