Mandela, la normale grandezza di un servitore dei popoli

Fonte http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE9B900120131210

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La moltitudine di immagini che rimbalzano dal Sudafrica è la testimonianza, più eloquente d’ogni parola, di ciò che ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà Nelson Mandela per il suo popolo e per ogni essere umano che sulla terra è discriminato per il colore della pelle e le sue convinzioni politiche e religiose.

Tra le tante, ci piace in particolare ricordare quelle che ritraggono la vita in uno dei sobborghi di Johannesburg, entro mura che è arduo definire stanze o case. Una giovane donna, la sola che conosca la lingua di chi intervista, l’inglese, non sfugge alle telecamere:

Qui è dura, lo vedete bene, molto resta da fare. Occorrevano due vite a Madiba per risolvere i nostri problemi. Vent’anni sono pochi. Ma lui ci ha dato la dignità e il diritto a sperare.

Forse è in questo atto di accorata e “normale” testimonianza che si rintraccia l’umana grandezza del leader sudafricano. Si è parlato diffusamente, non poteva che essere così, delle sue lotte, dei suoi sacrifici, dei 28 anni, un’eternità, trascorsi nelle prigioni del suo Paese. Si è sottolineato il suo rifiuto ai compromessi, anche quando le condizioni mutate parevano giustificare un atteggiamento meno intransigente. Tutto ciò lo ha reso grande agli occhi del mondo e il tributo che gli viene da un intero pianeta è la misura della grandezza del personaggio.

Eppure nelle parole della povera donna del sobborgo di Johannesburg c’è forse il testamento più vero di Madiba, sin da quando giovanotto si ribellò ai riti della sua tribù che pretendevano di dargli in moglie la donna imposta da una barbara tradizione.

C’è il profilo di un uomo che ha indicato con il suo esempio un cammino, mai inteso come una méta da raggiungere, ma come una traversata che non deve mai avere fine perché non c’è libertà che si conquista una volta per tutte se non c’è giustizia sociale.

Un paio di giorni dopo la fine della sua prigionia, Nelson Mandela disse rivolto non solo al suoi connazionali festanti, ma a tutti gli uomini della terra:

Sono qua oggi davanti a voi, non come un profeta, ma come un umile servitore del popolo. Metto i restanti anni della mia vita nelle vostre mani. In nome dell’eroica lotta del nostro popolo per instaurare la giustizia e la libertà, per tutti, nel nostro Paese.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per oltre 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Così qualche tempo fa ho detto sì ad un’amica che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Un impegno che mi onora e che tengo ad assolvere con il massimo impegno. Tanto più ora. È un debito di gioia e di riconoscenza che mi lega a Giovanna, da qualunque parte mi guardi.

1 commento

  1. Roberta:

    Continuo a rileggere una frase, “lui ci ha dato la dignità e il diritto a sperare”, e non riesco a fare a meno di paragonarlo a ciò che ogni giorno (certo più in piccolo) fanno gli operatori Vidas… Grazie a Mandela che ci ha insegnato a non scendere a compromessi e a lottare per i propri sogni, grazie a chi in Vidas si batte ogni giorno per rendere la vita di ogni paziente un po’ migliore perché così facendo rende anche il mondo un posto migliore

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