L’occhio del lupo e i suoi suggerimenti ai terapeuti

Daniel Pennac, autore della saga di Monsieur Malaussène, di professione capro espiatorio, mi aveva tenuto compagnia durante la mie pause per il pranzo nelle giornate di studio intenso per la preparazione degli ultimi esami ai tempi, ormai antichi, dell’università. Un giorno, casualmente, mi imbattei in un libretto di 110 pagine. Pennac aveva scritto una fiaba per bambini, L’occhio del lupo: visto, preso, letto! Così, casualmente, conobbi Lupo Azzurro e Africa, in una fredda pausa pranzo d’inverno, mentre mi accingevo a dare il mio ultimo esame di medicina.

Pennac racconta dello straordinario incontro tra un ragazzo e un Lupo d’Alaska che era stato catturato dieci anni prima e rinchiuso in un recinto di uno zoo. Il ragazzo, immobile davanti al lupo, silenzioso e attento al suo incedere, attende pazientemente che il lupo sia pronto per dialogare con lui. Ma quando finalmente il lupo si ferma e si siede davanti al ragazzo posando il suo sguardo su di lui succede l’inevitabile: il lupo si sente a disagio. Lui, infatti, ha solo un occhio mentre il ragazzo ne ha due. L’occhio del lupo fissa prima l’occhio destro del ragazzo e poi il sinistro spostandosi dall’uno all’altro sempre più velocemente… finché dall’occhio morto spunta una lacrima: impotenza, collera… Ed è a questo punto che il ragazzo compie un gesto – inatteso – che calma il lupo, mettendolo finalmente a suo agio: chiude un occhio.

A distanza di anni dalla scoperta casuale de L’Occhio del Lupo di Daniel Pennac, ho sentito il desiderio di rileggere quella fiaba che sin dalla prima lettura avevo avvertito essere rivolta non solo ai piccoli lettori. Quel gesto di grande apertura che Africa, il ragazzo, compie nei confronti di Lupo Azzurro, sembra suggerire alcuni atteggiamenti fondamentali per i terapeuti delle cure palliative che vogliano instaurare una relazione d’aiuto efficace.

L’osservazione.
Il terapeuta è colui che sa guardare ovvero sa sostenere lo sguardo di chi gli sta di fronte, sa osservare ciò che succede e coglie ogni minimo movimento attraverso cui l’altro si racconta, sa andare oltre la superficie delle cose e impara a vedere nel profondo.
L’accoglienza.
Il terapeuta è colui che permette all’altro di sostenere il proprio sguardo poiché carico di comprensione. È colui dal quale ci si sente ascoltati e capiti e al quale si sa di poter esprimere la propria impotenza e collera.
Il superamento del diverso.
Il terapeuta è colui che riconosce l’eventuale differenza: non la nega né si atteggia come se non ci fosse. Piuttosto sta al fianco di chi ne ha bisogno finché non si realizzi l’integrazione del diverso…
La compassione.
Il terapeuta è colui che sa patire insieme e che svolge il proprio compito con passione ovvero stando nel presente, nel qui e ora con il paziente e con il suo disagio.
Il senso.
Il terapeuta è colui che permette all’altro di ridare un senso alla propria vita. Un senso che abbia significato non in termini assoluti né secondo i valori del terapeuta ma che abbia senso per chi pur nel disagio vuole tendere alla felicità.

Queste, in sintesi, le mie riflessioni su un libretto che si legge davvero nel tempo di una pausa pranzo eppure è capace di stimolare mente e cuore. Mi auguro possa avere lo stesso effetto anche su di voi…


Barbara

Barbara Rizzi: figlia, sorella, amica, moglie, madre e… medico palliativista di professione. Direttore Scientifico del CSF (Centro Studi e Formazione) Vidas dove lavoro dal 2001. Amo il silenzio, il profumo dell’erba appena tagliata, leggere, scrivere, passeggiare in montagna. Preferenze: piatto, pizzoccheri alla valtellinese; sport, pallavolo; colore, blu.

12 commenti

  1. mauro:

    Bellissimo, grazie per averci fatto conoscere questo racconto, mi vien da aggiungere che:
    il terapeuta e colui che all’occorrenza sa chiudere un occhio.

  2. Barbara:

    In effetti è anche così: saper chiudere un occhio e tenere vigile e attento l’altro…
    Grazie a te Mauro per la condivisione della tua riflessione!

  3. Roberta:

    Barbara ti devo proprio fare i miei complimenti. Penso che con post come questo il blog inizi davvero a passare ad un livello superiore. Chapeau!

  4. Barbara:

    Data l’autorevolezza della blogger che scrive… grazie Roby!!!

  5. federica:

    Chiudere un occhio è un gesto istintivo…veloce.
    A volte funziona proprio così.
    Ma non sono tentativi.
    Sono condivisioni.
    Anima allenata, quella del terapeuta.

  6. Barbara:

    Condiviso con te Federica l’idea dell’ “allenamento”: credo sia quello che serve perché dal “gesto istintivo” si passi alla “condivisione” che spesso richiede tempi più lenti e tanta tanta pazienza e… attesa.

  7. sergio pedrotti:

    la forza delle cose “semplici” …

    sara’ anche un “gesto istintivo” , che e’ composto pero’ almeno di due fasi :
    – percepire la differenza ( analisi )
    – reagire ( sintesi )

    la seconda fase e’ quella da voi chiamata del terapeuta , quando alla base c’e’ un’etica adeguata
    altrimenti , dopo la stessa identica analisi , qualcuno potrebbe prevaricare a proprio vantaggio ( accecargli l’unico occhio buono )

    nella realta’ piu’ generale ( allargandosi quindi out of the box , fuori da vidas ) , nel rapporto con i “diversi” , sono di piu’ quelli che chiudono un proprio occhio o quelli che gli accecano il restante ?

    piace anche a me il concetto di “allenamento ( si fa fatica , si suda , . . ) , purche’ sostenuto da una etica condivisa

    bello spunto Barbara , utile anche per stare con i piedi per terra
    ciao ,a presto

  8. Barbara:

    Ciao Sergio.
    Grazie per i tuoi commenti, sempre preziosi… bello anche il tuo rilancio sui temi etici e sulla necessità di rimanere sempre con i piedi per terra, che condivido totalmente!

  9. alessandra favero:

    Grazie Barbara, sono davvero curiosa di leggere il libro per capire quali sentimenti evocherà in me. I tuoi , non c’è dubbio, sono quelli di una palliativista DOC.

  10. Barbara:

    Che bello Sandra!!!
    Spero di aver incuriosito abbastanza da far leggere il libretto a tanti…
    A me piace molto Pennac e credo che anche altri suoi libri meritino davvero di essere letti… ad esempio “Diario di Scuola”.
    Un abbraccio

  11. Alessandra:

    cara Barbara, ho letto l’occhio del lupo e condivido le tue riflessioni e associazioni.
    Sono stata poi una settimana in Sicilia per la festa dei 3 anni di Gianluca, il mio nipotino “tutta libertà”. Ogni sera gli ho letto un brano dell’occhio del lupo, lo abbiamo letto tutto , era molto interessato.
    Risultato: ora lui si ferma a fissare i tanti randagi della Sicilia ,chiude bene un occhio ,e sorride e muove le manine allora loro lo leccano e lui è tutto contento chiede ” hai? capito? cagnolino”.

  12. Barbara:

    Bellissimo!!!
    Una “strizzatina” d’occhi anche al tuo nipotino…

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