Le domande che arrivano improvvisamente

Le domande talora arrivano improvvisamente, quando meno te le aspetti, ma quando – forse – il paziente intuisce che sei più vulnerabile e sa che sta per metterti con le spalle al muro ma che tu non puoi fuggire e devi rispondergli. Saper stare in quella relazione difficile, rende questa stessa autentica, profonda e unica. Spesso, un punto di svolta nell’assistenza per quel paziente. Per l’operatore è come essere sempre in trincea… e queste esperienze lasciano sempre dei segni. Così è stato per Nicoletta, infermiera palliativista.

Sono circa le 7 del mattino. È appena trascorsa una notte come tante. Si accendono le luci, arrivano le colleghe del cambio turno, nell’aria il profumo del primo caffè. Ci sediamo al tavolo per lo scambio delle consegne, brevi ma precise perché ho voglia di andare a casa a dormire. Stiamo finendo il briefing e la Susana mi avvisa che il Sig. Marco (nome di fantasia) si è appena svegliato con la nausea, chiede di fargli qualcosa perché ha paura di vomitare ancora. Sarebbe ormai ora di andare ma preferisco portargli la terapia così lo saluto. Ci vorrà un attimo.

“Ecco fatto, qualche minuto poi passerà” -gli dico-. “Ha bisogno di qualcos’altro? Altrimenti noi ci vediamo dopodomani”.

Senta, io mi sento morire…”.

”Perché mi dice così?” dico io, e lui: “Sento che va sempre peggio, non riesco a riprendermi. Mi dica, cosa ne pensa?”.

Penso che questa proprio non me l’aspettavo e adesso che gli dico? In questi momenti vorrei essere pronta, avere le parole giuste, l’espressione giusta, attenta al “non verbale”: vicina, ma non troppo. E lui che mi guarda con due occhi smarriti, impauriti. Mi dice ancora: “Voglio sapere la verità, così posso sistemare le cose di casa”.

“Capisco. La situazione è compromessa, stiamo cercando di controllare i sintomi, ma per la prognosi dovrebbe parlare con la dottoressa. Mi preoccupo io di avvisare le colleghe che vengano a parlare appena arriva”. Chiede inizialmente che non sia presente la moglie al colloquio… ”È così ansiosa”, dice lui. Poi ci pensa un attimo: “O magari mia moglie sa tutto e non mi dice niente”.

“Vi state proteggendo a vicenda, anche se credo che dopo 53 anni insieme non valga la pena di mentire adesso”.

“Già” – risponde lui – “non abbiamo mai avuto segreti”.
Mi congedo da lui con la promessa di vederci dopo 2 giorni. Dice lui: “Grazie e mi scusi se l’ho trattenuta. Grazie ancora del tempo che mi ha dedicato”.

Un sorriso e una carezza sulla mano spero lo rassicuri che il mio tempo non è tempo perso.

Torno al lavoro dopo 2 giorni e la prima cosa che guardo è che ci sia ancora la sua cartella. Bene, promessa mantenuta. Lo incontro durante il giro della terapia, mi appare più astenico, il volto provato dai sintomi, anche se riferisce siano meglio controllati con l’attuale terapia; mi parla comunque con un accenno di sorriso.

Il giorno dopo si rende necessario un ulteriore aumento di terapia, le condizioni sono peggiorate. Quando inizia il mio turno, la collega che termina quello precedente mi dice che al momento riposa, se si risveglia è stata impostata la terapia al bisogno. Il pomeriggio prosegue tranquillo. Verso le 19 Susana mi comunica che il paziente si sta risvegliando. Entro in stanza e la moglie mi accoglie in lacrime, il figlio mi dice che se il padre apre gli occhi lui non è in grado di affrontare il suo sguardo. Posiziono la flebo col sedativo, lenta. Dentro di me so cosa potrà accadere. La famiglia sembra pronta, anche se pronti non si è mai. Marco si tranquillizza.

Li lascio concordando di chiamarmi se avranno bisogno. Dopo circa mezz’ora il figlio viene ad avvisarmi che il padre è mancato, tranquillo nel sonno. La moglie scoppia a piangere, non riesce a parlare, cerco di tranquillizzarla, la abbraccio.

È così il nostro lavoro: rimani vicino alle persone in certi momenti difficili e poi devi girarti, far finta di niente e tornare alle tue abituali mansioni, che fatica!

Ma dentro l’emozione rimane, pronta ad uscire quando meno te l’aspetti.


Nadia

Ciao sono Nadia, 44 anni, sposata dal 2005, infermiera dal 1994, palliativista dal 2001, infermiera in Casa Vidas dal 2006. Malata d'Africa dal 1997. Amo profondamente l'ozio, il the, il cioccolato fondente, il silenzio del deserto, andare per funghi e nuotare. I miei eroi sono Capitan Harlok e Corto Maltese. Credo che il Vangelo sia a tutt'oggi il messaggio più rivoluzionario mai scritto. Non so perché ma i colleghi mi chiamano Gianburrasca.

3 commenti

  1. Marina:

    Sono arrivata casualmente ma per curiosità a leggere questa “storia di una vita”.
    Mi sono emozionata solo leggendo la storia . Non immaginavo più mi accaddesse di sentire scendere ancora lacrime copiose e sentrmi attraversare da emozioni profonde che ho provato.
    Ho avuto un esperienza personale, ho frequentato un Hospice, ho fatto un esperienza di lavoro collegata a un hospice…ma non mo dilungo, non dimentico tutto quello di cui ho fatto esperienza.
    Trovo importante dire che tutte le persone che per lavoro sono intorno a questo mondo sono
    davvero speciali.
    Il coinvolgimento personale è sempre un confine sottile tra noi e gli altri, ma la forza interiore che bisogna avere per essere o apparire sereni anche se dentro si provano sentimenti che toccano è davvero difficile. Ma stare così vicino alla sofferenza non ci impedisce di continuare a vivere le nostra vita. E forse proprio per questo si riesce ad apprezzare molto di più tutte le piccole cose della vita. Penso che nel destino di queste persone ci sia qualcosa che ad altri non è stato dato: la capacità di trasmettere qualcosa in più. Non è un lavoro per tutti ma un dono che bisogna scoprire di avere dentro di sè.

  2. vale:

    Capita spesso, è vero, a me in maniera differente, forse perché il rapporto è differente, arrivo in assistenza a questo tipo di domande in modo graduale, una serie di anelli concentrici di allusioni, tra il dire e non dire,, che sempre più si avvicinano alla richiesta ultima, che poi forse mi sarebbe stata rivolta per prima, sto sempre peggio, pensi che non ci sia più niente da fare? Me l’aspetto prima o poi questa richiesta, succede sempre, ma soprattutto quando inevitabilmente si crea un rapporto confidenziale con l’assistito, allora arrivano le confessioni più intime, tutto quel che l’assistito ha veramente dentro, la parte più difficile dello stare accanto, quella che ti fa vivere tante emozioni e che ti lascia dentro tanti ricordi..

  3. william matteucci:

    Le tue parole Nicoletta mi hanno sciolto in lacrime!Ho vissuto con voi il calvario di Manu e in voi ho trovato una famiglia, dei fratelli, degli amici che avevano a cuore la salute fisica e mentale non solo del paziente!Io trascorrevo tutto il mio tempo da voi e non avevo ne voglia ne minuti da curarmi un brutto taglio alla mano:non scordero’ mai la gentilezza di Attilio che mi ha pulito disinfettato e medicato nonostante avesse i suoi compiti.Quel giorno non mi sono piu’ sentito solo e anche il mio Manu ha trovato il suo supereroe anche se per poco…Un grazie sentito e un abbraccio di cuore
    William

Lascia un commento

Questo spazio è a disposizione di tutti per dare il proprio contributo al dibattito con riflessioni, pensieri, domande. Se sei un nuovo utente leggi la policy e ricorda che il tuo primo commento verrà rivisto dagli amministratori prima di essere pubblicato.


*obbligatorio