Memoria dell’Olocausto, che ogni giorno sia il 27 gennaio

Domenica 27 gennaio si è celebrato il giorno della memoria per ricordare le vittime dell’Olocausto.
Perché memoria? Perché la memoria dice ciò che noi siamo, qui e ora, ci consegna un’identità.

Noi siamo i nostri ricordi”. Con queste parole il nostro Alberto Malliani aprì nel 2001 il seminario sulla Memoria organizzato dal Comitato Scientifico Vidas riecheggiando le parole di Borges:

Siamo la nostra memoria/un museo immaginario di forme mutevoli/ mucchio di specchi rotti.

Se la memoria individuale è intermittente, alla memoria collettiva vorremmo chiedere di più: di non essere intermittente, di non conoscere il sonno, di non essere un museo immaginario, né un’officina di manipolazioni.

Ecco perché quella data, che segna il giorno della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, è e dev’essere per tutti noi fondamentale. Che ogni giorno sia per l’umanità un nuovo 27 gennaio.

In quel campo le SS avevano sentenziato: se anche sopravviverete, non ci crederà nessuno.
Primo Levi, l’autore di Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e i salvati, così ricorda il suo insopprimibile impulso di raccontare:

Tornato a casa, nel dicembre 1945, ho subito cominciato a scrivere, in modo ossessivo. Era un bisogno, quasi fisiologico di uscire da quell’esperienza  scrivevo di getto. Quello che m’importava era di mettere giù, più che i fatti, le impressioni legate ai fatti. Attingevo unicamente alla memoria, non avevo nessuna traccia. Scrivevo dovunque e tutte le volte che potevo e senza fatica in una dilatazione dei tempi e degli spazi. Ho scritto anche in treno, nel tragitto tra Torino e Avigliana, dove lavoravo in fabbrica. Scrivevo la notte; nell’intervallo di pranzo a mezzogiorno ho scritto quasi tutto il capitolo ‘Il canto di Ulisse’. Ero continuamente in una specie di trance.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Potevo scrivere libri, ma poi mi sono chiesto se avevo davvero qualcosa di importante da dire. Risposta: no. Il sì’ l’ho invece detto all’amica Giovanna che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Perché sì? Perché avevo qualcosa da dare a chi è solo e soffre. E poi a Giovanna, meglio alla signora Cavazzoni, non si può dire no. E se capiterà vi spiegherò la ragione.

3 commenti

  1. Vale:

    lo scrivere le proprie emozioni è condividere con gli altri quello che è troppo gravoso da sopportare da soli, succede anche a noi volontari e operatori, anche se le esperienze non sono certo paragonabili. Il vissuto di ognuno diventa così il sapere e la memoria di tutti coloro che vorranno e sapranno farne un utilizzo appropriato. La storia si ripete però ciclicamente,sembra che l’essere umano non impari,la sua memoria sembra davvero molto corta, è questo che mi fa pensare ed essere pessimista. Che questo giorno diventi il il simbolo a ricordo di tutti gli olocausti, anche di quelli che sono stati celati.

  2. vale:

    Ancora tuona il cannone
    ancora non è contenta
    di sangue la bestia umana
    e ancora ci porta il vento
    e ancora ci porta il vento

    Io chiedo quando sarà
    che l’uomo potrà imparare
    a vivere senza ammazzare
    e il vento si poserà
    e il vento si poserà

    Ce lo chiediamo da sempre, ma la risposta è una sola, la solita!!!

  3. Mara Ghezzi:

    27 gennaio 2016. Giorno della memoria e 71° anniversario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz.
    In un’epoca a noi non troppo lontana il genere umano ha smesso di celare il suo lato più gretto ed oscuro, esibendolo al mondo e causando atroci ed immotivate sofferenze. Ha tirato fuori il suo lato più freddo ma anche il più efficiente, il più calcolatore ed il meno umano; dimenticandosi forse di come il cervello possa essere una macchina assai inaccurata in assenza di una spina che la colleghi al cuore.
    Come accade in tutte le situazioni più estreme, in quelle in cui il limite fra la vita e la morte diventa quasi impalpabile e l’eterno dissidio fra bene e male raggiunge il suo apice, ci venne svelata la vera indole di ogni uomo. E’ sempre in tali circostanze infatti che gli uomini mostrano il meglio o il peggio di loro e così scrivono la storia. Quella storia che non è dettata dalle gesta dei grandi condottieri, né da uno spaurito gruppo di avvenimenti emblematici, ma il cui filo si stende pian piano, nascendo dalla globale volontà di tutti gli esseri viventi. L’associazione fra storia e grandezza non è altro che una illusoria ambizione umana, e la storia è in realtà un soggetto umile nel quale il corso degli eventi è determinato dai gesti più banali, dagli sguardi, dai silenzi, dalle parole e dalle volontà più basilari. Perché siamo noi, all’interno di un grande disegno, a tessere insieme col nostro destino, con le nostre scelte e la nostra brutale indifferenza, anche quello dell’intera umanità.
    Eventi come quello della Shoah avrebbero dovuto condurre il genere umano ad un’inevitabile autodistruzione, eppure non fu così. Mi sono sempre chiesta come sia stato possibile che la luce abbia trovato la forza di trionfare ancora nel bel mezzo di tanta oscurità. Gli storici in fondo la fanno troppo breve, tentando di liquidare la questione con numeri e disposizioni prese in questo o quest’altro conflitto o in un trattato piuttosto che in quello successivo. Essi si fermano a ciò che appare più evidente senza alcuna intenzione di scavare più a fondo e la loro superficialità li punisce, facendoli incorrere in madornali errori.
    In realtà infatti la ragione di quella miracolosa vittoria risiede ancora in quei piccoli gesti che non vengono considerati da nessuno ma il cui merito è tanto più grande quanto maggiore è il silenzio che vi incombe.
    Se riuscimmo a risorgere dalle tenebre e a dirottare il corso degli eventi forse fu anche grazie allo sguardo penetrante e sublimemente indignato del prigioniero di questa foto. Uno sguardo che non può essere altro che l’essenza stessa e l’anima della determinazione e non solo.
    Per quanto possa risultare assurdo e banale gran parte delle risposte alle nostre domande risiedono negli occhi di questo ragazzo, che se ne sta in piedi, mezzo nudo, in un campo di morte e dolore nel quale tutti si sono già arresi. Tutti tranne lui che rimane lì imperterrito a sostenere un mostruoso faccia faccia con Himmler, uno dei più grandi gerarchi nazisti di tutto il Reich.
    Himmler che a quanto dicono è giunto per condurre un’ispezione ma che probabilmente ambisce solo a fare una piacevole passeggiata, simile a quella del proprietario di uno zoo che, girando fra le gabbie, ammira soddisfatto i “trofei” che ha abilmente rinchiuso dietro a quelle gelide sbarre metalliche. Ed è così che porta sul volto un’espressione appagata di boriosa soddisfazione personale, che contagia e si espande anche sul viso dei suoi sottoposti, ma impietrisce dinanzi alla risoluta compostezza di quel prigioniero tramutandosi in un sorriso falso e pieno di disprezzo. Un riso di scherno che non è in realtà altro che l’esteriore tentativo di sminuire e ridicolizzare la figura che si trovano dinanzi e con il quale, ognuno agli occhi di chi gli sta accanto, tenta di mascherare la sua rabbia e la sua impotenza di fronte alla maestosità di quegli occhi. L’impotenza e la rabbia di chi non sa più a che mezzi ricorrere per piegare un simile animo e in cuor suo, pur sapendolo, non accetta l’impossibilità di riuscirvi, nonostante la violenza e la privazione di qualsiasi bisogno non siano stati sufficienti a rimuovere quel “qualcosa ancora da perdere” su cui getta le sue radici quello sguardo.
    Quell’ultimo appiglio al quale l’animo del prigioniero si aggrappa in maniera tanto determinata e salda da costituire su di esso tutta la sua forza. Una forza che schiaccia ed atterrisce per la sua enormità, qualsiasi miserabile efferatezza. Nello sguardo di quel ragazzo si individua ancora un’ultima speranza, impossibile da sopprimere e da rimuovere, che guida gli uomini a prendere le redini del loro destino: la speranza della libertà. Pur inconsapevolmente tutti i nostri atti vitali non rispondono ad altra ambizione se non ha quella di essere liberi e nonostante un uomo non sia libero o nonostante gli venga ragionevolmente spiegato che non potrà mai esserlo a tutti gli effetti, a causa dell’influenza del tempo e delle circostanze, egli non sarà mai in grado di non considerarsi tale. Un grande saggio diceva che non si potrebbe immaginare un uomo privo di libertà se non immaginandoselo privo di vita. Ecco quindi che tale affermazione ci appare come una sacrosanta verità ma non sappiamo spiegarci il perché, percepiamo solo che è così, lo comprendiamo con ogni singola molecola del nostro essere ma non sappiamo trovarvi una motivazione. Posti dinanzi alla nostra impossibilità di trovare delle ragioni a tutto ciò ci arrendiamo quindi al fatto che la libertà sia la forza vitale che rappresenta l’ignoto residuo di ciò che non conosciamo e non potremo mai arrivare a conoscere dell’essenza della vita. E la nostra ignoranza su simili argomenti non ci delude ma ci affascina, poiché guardiamo con sorprendente meraviglia il segreto che, stando alla base della nostra vita, non saremo mai in grado di capire, ma che non potrà mai nemmeno esserci sottratto.
    Ecco quindi che i fatti di quel tempo non ci appaiono più così lontani e comprendiamo che il loro anniversario non rappresenta un mero ricordo storico, privo di alcun significato, ma vuole in realtà essere uno sprone costante alla persecuzione di quell’irrinunciabile libertà a cui dovremmo ispirarci quotidianamente. Un’aspirazione difficile da coltivare ma che apprezza i tentativi e l’impegno di chi, provando a migliorare la propria vita, accetta anche di scrivere la storia.

    Mara Ghezzi, 27 Gennaio 2016

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