Un tema da non trattare: Monsieur Lazhar

Quando ho visto “Monsieur Lazhar” di Philippe Falardeau mi sono tornati alla mente un sacco di ricordi. Più o meno tutti, credo, ci ricordiamo il momento in cui per la prima volta siamo entrati in contatto con la morte. Io avevo 11 anni quando mio nonno morì e ancora mi ricordo gli sforzi per non piangere perché la nonna era già abbastanza triste senza che io le ricordassi la sua perdita.

Monsieur Lazhar narra certamente di una vicenda più tragica: una classe è sconvolta dal suicidio della maestra Martine, che ha deciso di farla finita impiccandosi proprio nella sua aula. Simon e Alice hanno scoperto per primi il cadavere e ne portano i segni. La preside ha quasi perso le speranze di trovare un sostituto quando Bachir Lazhar, immigrato algerino anch’egli traumatizzato da un pesante lutto, presenta la sua candidatura per il ruolo. Nonostante le prime difficoltà, presto Bachir si affeziona ai suoi studenti e li guida in un percorso di elaborazione del dolore cui prenderà parte egli stesso.

C’è una parte del film che più di tutte mi ha fatto riflettere su quanto sia diventato un tabù oggi parlare di morte, specialmente davanti ai bambini. Si tratta del tema letto da Alice e del successivo dialogo in cui Monsieur Bachir chiede alla preside di distribuirlo ai ragazzi. Ve li riporto integralmente entrambi e lascio a voi ogni ulteriore considerazione.

La mia scuola è bella. Non sarà la scuola più bella della Terra, però è la mia. In verità all’inizio, quando sono arrivata qui, mia mamma non faceva altro che ripetere che era la più bella.Io invece la trovavo solo una scuola qualunque. Ma dopo 6 anni adesso anch’io la trovo bella. Forse perché è la mia. C’è un bellissimo cortile attrezzato per giocare a basket dove i genitori ci lasciano al mattino e ci riprendono alla sera. Qui ci tengono a noi. Insomma… controllano se abbiamo i pidocchi, se i denti ce li siamo lavati, se siamo dei soggetti aggressivi oppure se siamo dei soggetti iperattivi. Ma è proprio in questa bella scuola che Martine Lachance si è impiccata. L’ha fatto con il suo foulard di seta legato ad un tubo, un mercoledì sera. Mia madre era a Miami, lei pilota aerei. Avrei voluto che tornasse subito perché per me è stata davvero una cosa brutta. Martine Lachance era sicuramente scoraggiata dalla vita. L’ultima cosa che ha fatto è dare un calcio alla sedia per poter scomparire. A volte mi chiedo se ci abbia voluto trasmettere un messaggio violento. Quando noi siamo violenti ci mettono in castigo. Ma noi non possiamo mettere Martine Lachance in castigo, perché lei è morta.

– Preside: Uhh
– Lazhar: Una maturità sorprendente, non trova?
– Preside: La reazione dei compagni?
– Lazhar: Sono rimasti in silenzio, un silenzio dovuto al turbamento immagino… Sì ma… un turbamento sano! Sono qui per chiederle il permesso di fotocopiare il tema e diffonderlo nella scuola
– Preside: Perché?
– Lazhar: Perché in questo tema c’è la volontà di comunicare e il desiderio di affrontare il concetto di morte.
– Preside: No.
– Lazhar: Posso chiederle il motivo del suo no?
– Preside: Ritengo che il testo sia violento.
– Lazhar: Era l’argomento del tema: la violenza e…
– Preside: Non ha importanza
– Lazhar: È la vita ad essere violenta, non questo tema! Non c’è nulla di macabro qui dentro, al contrario
– Preside: Sì ma manca di rispetto a Martine.
– Lazhar: E lei crede che la signora Lachance abbia rispettato i suoi alunni impiccandosi in classe?
– Preside: Bachir si ponga un limite!
– Lazhar: Chiedo scusa.
– Preside: La psicologa sta facendo il suo lavoro perciò non tollero interferenze di alcun tipo.
– Lazhar: Ma certo, era solo una proposta
– Preside: La classe si è ripresa, dà risultati soddisfacenti – miracolosi visto quello che pretende da loro. Evitiamo discussioni ok?

 


Roberta

Blogger, cinemaniaca, aspirante fundraiser 2.0, lettrice incallita, appassionata social networker, viaggiatrice e cuciniera folle... in una parola iperattiva in tutto tranne che nello sport! Frequento un cineforum ma non sono tagliata per i dibattiti. Sono più brava ad esprimermi nel mio blog in cui parlo di tutto quel che mi passa per la testa! Sono Roberta Tocchio e lavoro in Vidas dal maggio 2011: sono entrata come stagista e non me ne sono più andata. Mi occupo, per lavoro e per passione, di web e social network.

5 commenti

  1. giada lonati:

    In terza elementare mio figlio affrontò l’argomento “esseri viventi” che – com’è noto – hanno tra l’altro la caratteristica intrinseca di essere destinati a morire.
    Samuele, abituato a sentire parlare in casa di malattia e di morte, raccontò che cosa faceva la sua mamma, con la lucidità e il candore che solo i bambini possono avere.
    Alla fine del racconto l’insegnante suggerì a Samuele di dire alla mamma che sentire parlare di morte lo metteva a disagio.
    Samuele, nel riferirmi l’accaduto, concluse: “Secondo me quello a disagio era lui.”

  2. federica:

    I bambini possono essere fantastici.
    I miei, abituati ad andare al cimitero, lo vedono come un ‘parco’ dove andare a camminare.
    E salutano, con naturalezza, le persone che non ci sono più. Ma che ci sono state.
    La morte è un fatto naturale. Loro, forse perchè non ancora colpiti in maniera troppo vicina o improvvisa, hanno pian piano acquisito questo sentire. Forse.

  3. Roberta:

    Come sempre i bambini sono molto più profondi di noi e credo che il figlio di Giada abbia ragione: quelli a disagio siamo noi adulti! Del resto, siamo noi a dare delle barriere culturali ai più piccoli che non vedono problematiche se noi non gliele “imponiamo”. Lo dimostrano anche i figli di Federica che vivono serenamente l’incontro con chi non c’è più. Dovremmo imparare da loro…

  4. vale:

    Forse “diventare grandi” rimanendo un po’ bambini è la soluzione, ma anche qui poi c’è chi non capisce e, travisando quel che intendo, paragona la cosa all’ immaturità di una persona. Un abbraccio!

  5. Roberta:

    Grazie Vale, hai proprio ragione. La soluzione è spesso rimanere un po’ bambini. Un abbraccio a te!

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