La prima e l’ultima carezza

In principio fu la carezza. Tocca, senti anche tu, così nel giugno scorso iniziammo a pubblicare le riflessioni di Silvia Vegetti Finzi sul tatto. L’obiettivo era dimostrare quanto fosse fallace la sensazione del tatto quale ultimo dei sensi.

In sette puntate la psicologa, scrittrice e membro del comitato scientifico di Vidas ci ha guidato, con la sua prosa colta e lieve che pare anch’essa una carezza, nel percorso di riscatto.

L’operazione per contro nostro è conclusa e riuscita. A voi il giudizio complessivo.
Nell’ultimo capitolo del racconto si riflette sui significati della stretta di mano, del bacio e si ribadisce l’importanza del contatto fisico tra neonato e adulti oggetto della precedente puntata.
La vita inizia con una carezza e con una carezza si conclude, l’unico gesto capace di raggiungere, là dove si trova, chi sta per lasciarci.

Si dice che la stretta di mano serva a garantire che si è disarmati o, in altri termini, che si è deposta l’ostilità con cui l’uomo affronta sempre un altro uomo.
Ma forse c’è di più: la stretta di mano, così come il bacio, significano un patto di alleanza, oltre che di non belligeranza, una promessa di concordia che nulla , come il contatto di pelle, può attestare.

[…] Di contro la condanna all’intoccabilità – penso all’ultima, alla più spregiata delle caste indiane, quella degli intoccabili appunto – rappresenta il più violento, radicale misconoscimento dell’altro. Così come l’ingiuria rivolta al colore della pelle nega la comune appartenenza all’umanità e scava un solco invalicabile tra gli individui.

[…] Nonostante la nostra cultura sia basata sui valori della relazione ( libertà, uguaglianza, fratellanza) i rapporti umani sono sempre problematici. In un modo o nell’altro si pone il dilemma della distanza da assumere nei confronti del prossimo. Sappiamo che ogni cultura prevede misure diverse dello spazio da interporre tra corpo e corpo e l’impatto più forte con il mondo asiatico è proprio, per il viaggiatore, la minacciosa impressione di una vicinanza eccessiva.

[…] Molti di voi conosceranno in proposito l’apologo di Schopenhauer secondo cui i porcospini, se restano lontani muoiono di freddo ma se stanno vicini si pungono. Il compito di ogni relazione è appunto quello di trovare la giusta distanza e sappiamo che risulta in tal senso determinante aver sperimentato un buon rapporto con la madre, un’inaugurale, positiva accoglienza nel mondo.
La prima carezza diviene in tal senso il simbolo di una prossimità accogliente ma non prevaricante, di una relazione rispettosa dell’alterità dell’altro.

[…] Se consideriamo la capacità del tatto di orientare i nostri comportamenti cognitivi e affettivi possiamo dire che noi non abbiamo, ma siamo il nostro tatto, la memoria dei contatti che abbiamo sperimentato nel corso della vita e che ci hanno profondamente plasmato.
Una vita che, iniziata con una carezza, con una carezza si conclude. Spesso, quando nella cerimonia degli addii mancano le parole per dire le emozioni e l’altro sta allontanandosi in silenzio, la solitudine del morente viene interrotta da un’ultima, delicata, interminabile carezza. L’unica capace di raggiungerlo là dove si trova, apparentemente vicino ma infinitamente lontano.
Il ciclo dell’esistenza si chiude così con il medesimo gesto, di benvenuto prima e di congedo poi, un contatto che attesta la capacità dell’umano sentire di comunicare col corpo, al di là del corpo.

Grazie di cuore, Silvia, da tutti noi della redazione.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Potevo scrivere libri, ma poi mi sono chiesto se avevo davvero qualcosa di importante da dire. Risposta: no. Il sì’ l’ho invece detto all’amica Giovanna che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Perché sì? Perché avevo qualcosa da dare a chi è solo e soffre. E poi a Giovanna, meglio alla signora Cavazzoni, non si può dire no. E se capiterà vi spiegherò la ragione.

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