Il silenzio

Mancanza completa di suoni, rumori, voci. Cessazione o astensione dal parlare.
Così il dizionario alla voce “silenzio”.

La tentazione è di relegare il sostantivo nel dimenticatoio, alla stregua delle parole cadute in disuso: “Corbezzoli, che silenzio!” disse la signora, sorseggiando un bicchierino di anisetta.
L’assenza di silenzio è stata riproposta, per altra via, da una singolare e acuta lettera inviata a Repubblica in questi giorni che ha suscitato vivaci commenti.

Nella missiva (altra parola caduta nel silenzio) il lettore prende le mosse dal fastidio provocato dalla musica diffusa in un ristorante. Nulla di eclatante, nessun tono esageratamente alto; eppure quelle note, così dolci se udite in altro contesto e per precisa volontà, sapevano di falso e trasformavano un’armonia in un suono disarticolato, senz’anima.
Suoni che oggi ci ritroviamo ovunque, nelle infinite sale d’attesa che ci capita di frequentare, nei supermercati dove andiamo a fare la spesa, nei locali delle pause pranzo. Rumori e video, video e rumori, ovunque e sempre.
Siamo obbligati a essere blanditi dalla musica in ogni istante così come le immagini danzano davanti a noi nei mille video disseminati in ogni angolo che ci tengono informati minuto per minuto.
L’importante è che, sempre e comunque, siamo tutti in diretta video e audio. Così abbiamo perso l’abitudine a stare in silenzio e senza che dinnanzi a noi facciano mille piroette i pupi di qualsiasi schermo.

Nel raro caso ciò accada, provvede a farci tornare alla realtà la nostra condanna quotidiana e che qualcuno si ostina a chiamare telefono, nonostante la funzione della conversazione sia del tutto residuale e occupi l’un per cento delle potenzialità dell’aggeggio. Conversazione che quando si trasforma in fatto pubblico diventa spettacolo (per chi ci ascolta) e cancella il naturale pudore che dovrebbe ammantare gli affari nostri.
Ma sono assalito da un dubbio e mi chiedo: anch’io non sto forse scrivendo su un blog a una piazza informatica, anch’io non partecipo dei fatti miei una platea, chiamata da una frase messa lassù tra gli alberi a riflettere e conversare sul vivere e sul morire?
È la domanda che giro ai frequentatori del nostro blog, consapevole, come ho letto di recente in un bel libro sulla storia di cieli, che il tempo è una vasca che non si riempie mai.


Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe Ceretti e ho fatto il giornalista per oltre 40anni. Ho fatto, ma a dire il vero faccio, perché se ami questo mestiere non smetti mai. Così qualche tempo fa ho detto sì ad un’amica che mi ha chiesto se volevo diventare un volontario della penna per Vidas. Un impegno che mi onora e che tengo ad assolvere con il massimo impegno. Tanto più ora. È un debito di gioia e di riconoscenza che mi lega a Giovanna, da qualunque parte mi guardi.

4 commenti

  1. sergio pedrotti:

    ciao Giuseppe Ceretti , anni fa mi intervistasti come “volontario autista del pulmino” , prendevi pochi appunti a mano , addirittura con una stilografica , se non mi sbaglio !
    E’ quindi vicino a te questo ragionare sul silenzio … e se ci aggiungessimo anche le luci o i disturbi visivi , e poi via via ? Che ricco concetto di silenzio ne verrebbe fuori !
    Che poi magari preferirei sentire il silenzio come mancanza di fastidiosita’ piuttosto che come assenza totale ; infatti , nella foto che hai messo , il silenzio pare descritto con un rumore di foglie , di passi , di ruscello , in una luce di sottobosco , da soli o in poca compagnia … . A presto

  2. Giuseppe:

    ti ricordo con immenso piacere e sono lieto di questo incontro- messaggio.
    Hai ragione: il silenzio non è assenza totale, ma presenza costante del nostro essere, senza altre interferenze.
    Sarò anche un vecchio snob, ma ancor oggi mi piace dialogare con le persone armato della mia sola penna e senza ausilio di comodi registratori perchè ciò mi obbliga a sentire davvero chi mi sta di fronte e mi impone la fatica di rispettarlo poi quando scrivo, non già copiando la registrazione, ma interpretando correttamente i suoi pensieri. Operazione da eseguire nel silenzio, che tale resta anche quando è riempito da note musicali che sono io (siamo noi) a scegliere quale atto volontario. Un caro saluto

  3. monica:

    Forse il silenzio è caduto in disuso perché in fondo lo temiamo un po’? Il rumore riempie in apparenza .Il silenzio non fornisce alibi e scorciatoie. Fuggiamo il silenzio così come fuggiamo il pensiero della morte. Nella tua domanda ,non c’è forse una risposta nel verbo riflettere. Riflettiamo sul perché ci riempiamo di rumore, perché abbiamo paura di affrontare il tema della malattia e della morte.
    Il libro sulla storia dei cieli dice che il tempo è una vasca che non si riempie mai, ma la mia vasca prima o poi sarà colma del mio tempo.

  4. daniela ladiè:

    Il tema del silenzio mi è molto caro. Credo anch’io, come molti altri, che all’origine di questi rumori, spesso inutili, anche la musica è spesso inutile, ci sia la paura, il bisogno di distrarsi sempre e comunque. Pensare e riflettere è faticoso, della sua utilità molti neppure si accorgono.
    Grazie, Daniela

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