L’isolamento sociale e la solitudine

Leggendo i post di Fabrizio sulle cure palliative riflettevo su una delle motivazioni che hanno portato alla nascita di Vidas pensata come risposta e reazione a una società consumista, caratterizzata spesso dalla soddisfazione immediata dei bisogni, del piacere e dall’assenza del limite: un po’ come il paese dei balocchi di Pinocchio.

Aspetti che hanno come conseguenza l’isolamento sociale dell’essere umano “non più produttivo”, come il malato terminale o l’anziano, costretto a un profondo isolamento sociale, con un grande senso di solitudine. La morte è il tabù del secolo, infatti non ne esiste una rappresentazione sociale, siamo nella società definita Post Mortale, dove la morte è presente, ma solo accidentalmente.
Nella nostra società è aumentata la distanza culturale tra i vivi e i morti (abolizione del rito del lutto) e quella tra i viventi e i morenti (delega alle strutture sanitarie). La tecnologia, la scientificità, l’igienicità, d’altra parte, hanno cercato di dare un volto più civile alla morte per addomesticarne la paura, poiché nella nostra cultura la morte rappresenta il limite finale, mentre per altre culture essa è solo un passaggio in un altro tipo di vita.

Citavo prima l’isolamento sociale che spesso vivono i malati per i quali non c’è più speranza di guarigione e vorrei portare la vostra attenzione sulla riflessione del VISSUTO DI SOLITUDINE che accompagna e caratterizza i protagonisti di questa difficile esperienza umana che spesso si sentono un peso anche per i loro cari.

La solitudine infatti è anche all’interno del nucleo famigliare, dove il malato stesso non si sente di esprimersi liberamente perché sente ancora il pudore dettato dal proprio ruolo famigliare e il timore di far soffrire l’altro per la condivisione del suo dolore e della sua paura. Un senso di solitudine che vive anche verso sé stesso, colpevole di aver rinunciato in passato alla ricerca della propria autenticità per motivi diversi o necessità altrui. E ancora solitudine dovuta al senso di colpa dell’essere malato vissuto in modo particolare dalle donne verso i propri figli e verso il compagno.

Ma la Solitudine Estrema tra le solitudini estreme è rappresentata dall’ingiustizia della Malattia e la Morte di un Bambino: questa urla vendetta! I genitori fanno fatica a mantenere un equilibrio perché l’evento è contro la nostra natura di genitori, perché quando mettiamo al mondo un figlio abbiamo la certezza matematica che lui vivrà più a lungo di noi (qui sotto uno spezzone – in lingua originale – del film “The Tree of Life” con immagini per me significative in merito).

Ancora una volta quello che è ha veramente valore sono i legami affettivi: sentirsi importanti per qualcuno e sapere che potremo sopravvivere nella memoria di chi resta.
Seguiranno ulteriori riflessioni se l’argomento troverà un vostro riscontro!


Luigi

Laureato in Psicologia c/o Università di Padova – Psicoterapeuta e Psicoanalista di Gruppo – Direttore Centro Clinico dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo sede di Mi – Consigliere Nazionale e Regionale Società Italiana di Psiconcologia

2 commenti

  1. Paola Antonacci:

    Carissimo dottor Valera,
    leggendo la sua riflessione ho pensato a quello che ho scritto nella seconda parte del mio libro, non ancora terminato.
    Le allego la mia riflessione e spero che questo argomento venga più volte ripreso e approfondito, per aiutare chi deve “partire” e anche coloro che restano.
    A presto,
    Paola

    “In questi lunghi mesi ho capito che siamo degl’ignoranti nei confronti della morte e che non la trattiamo nel giusto modo.
    La morte è la cosa più reale della vita.
    La morte è l’unica certezza che abbiamo.
    Eppure, la accantoniamo per tutto il tempo che viviamo, come se fosse un evento che non ci riguarda.
    Perché?
    Fin da piccoli ci insegnano di tutto. Dobbiamo imparare a leggere, a scrivere, a contare.
    Le lingue, l’informatica, la geografia, la storia.
    Il futuro però non ce lo insegna nessuno.
    “Del doman non vè certezza” diceva Neruda e noi ancorati al nostro passato, riusciamo a programmare tutto per oggi e domani, tutto eccetto la morte.
    Sarebbe ben difficile alzarsi dal letto alla mattina e chiedersi: “Chissà se oggi muoio”.
    No, non si può fare. Se lo facessimo impazzirebbero gli psicologi, il mondo si fermerebbe.
    Ma noi forse riusciremmo a fare un passo avanti.”

  2. Alessandro Misha Martinelli (Volontario Vidas):

    Buona sera a tutti, mi trovo d’accordo con il Dottor Valera, persona di grande umanità e capacità d’ascolto, dando sempre quell’ancora d’aiuto all’interno dell’équipe, per tutti noi colleghi. La paura della morte isola tantissimo, sopprimendo spesso, l’esternazione di pensieri importanti per l’ammalato, da comunicare al famigliare, un sistema di “protezione” per non dare altre sofferenze ad entrambi. Qui arriva il ruolo di noi volontari, rompere la catena del silenzio e cercare di tirare fuori tutto, prima tra noi e il paziente, in seguito con il famigliare. Un piccolo contribuito, che unito a tutta l’assistenza dell’équipe, fa moltissimo. Un caro saluto, Alessandro Misha Martinelli (Volontario Vidas)

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