Qui ho dimenticato la parola ospedale

Qui ho dimenticato la parola ospedale, scacciata da un sentimento più importante del dolore: la dignità.
Qui ho dimenticato la figura del malato per acquisire il concetto di speranza nella serenità.
Qui ho incontrato persone, sguardi, sorrisi.
Proprio qui ho sentito il peso della vita, la forza e la bellezza.

Il paziente trova pace e dolcemente si addormenta, la sua famiglia fa tesoro di questo percorso e riparte nella quotidianità con un insegnamento dato dalla missione di tutte le persone che ha incontrato qui: hanno silenziosamente donato discrezione, rispetto, altruismo e passione.

E come tutto ciò che è mosso dall’amore
non fa molto rumore ma scuote l’anima, dentro.

Grazie


Il libro delle dediche

Sono in Vidas da qualche anno. Mi trovate all’ingresso di Casa Vidas accanto alla stanza del silenzio, sempre pronto ad accogliere i pensieri di chi vorrà “sporcare” le mie pagine candide con appassionate parole. Mi trovate anche sul blog perché tutti possano leggere quello che avete scritto. Firmerò io i vostri pensieri per tutelare la vostra privacy, potrete commentare e condividere per far volare in alto questi frammenti di storie

3 commenti

  1. Sara Quaranta:

    Conoscevo solo il vostro nome “Vidas” ma nn sapevo cosa volesse dire il vostro lavoro.Un’anno fa’ ho perso mio padre.Quando abbiamo saputo della sua malattia siamo rimasti scioccati,in un secondo mille domande hanno invaso la nostra mente,nn sapevo neanche che cancro e tumore fossero la stessa cosa….solo con il tempo ho realizzato che mostro terribile sia,un qualcosa che si nutre del tuo corpo fino a consumarlo.In ospedale mi dissero di contattarvi,ricordo ogni parola del colloquio avuto con voi,x la prima volta durante tutta la malattia c’era qualcuno che capiva e ascoltava quello che stavo dicendo.Non abbiamo poi avuto modo di intraprendere il nostro cammino terapeutico a casa,xche’ mio padre a casa nn e’ piu’ tornato,durante i dieci mesi della malattia nessuno mi ha mai detto quanto tempo avrebbe vissuto…cmq da quel giorno ho deciso di sostenervi,xche’ credo che voi siate la sola cosa positiva di un malato terminale! grazie e buon lavoro

  2. Giada:

    Cara Sara,
    quel che resta da fare quando “non c’è più nulla da fare” è proprio accogliere e ascoltare: solo così si può prendere parte a quel percorso privilegiato che è l’accompagnamento di un paziente e della sua famiglia nel tratto finale della vita. Sono contenta che tu abbia percepito questa disponibilità nel corso di quel primo colloquio. Testimonianze come la tua rafforzano ulteriormente la passione che anima tutti noi.
    Grazie per il tuo commento e per il tuo sostegno.

  3. claudia:

    Anche io ho conosciuto il vostro nome quando ll mio papa’ si e’ ammalato.Lo stesso ospedale dove e’ ricoverato, mi ha suggerito il vosto nome..Come avrete capito non gli resta molto tempo, ma non sono riuscita a chiedere, quanto.Ho letto delle persone che hanno avuto esperienza con voi e devo dire che la parola “angeli in terra..ricorre spesso.Sono certa che dove e’ ricoverato ora e’ ben curato…sono sicura, ma e’ mio padre m ha dato tutto ed io vorrei fare altrettanto per lui.Ha avuto una vita serena e vorrei aiutarlo a non soffrire quando si avviera’ verso la sua nuova vita.
    Claudia

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