A Roma due congressi sulle cure palliative

Roma caput mundi. Così è stato dal 16 al 19 novembre scorso, quando la capitale ha ospitato ben due congressi sulle cure palliative: il XXIII congresso organizzato dalla Società Italiana di Cure Palliative (SICP), a trent’anni dalla sua fondazione, e il 3rd Congress On Paediatric Palliative Care.

A Roma due congressi sulle cure palliative

Numerose le sollecitazioni e gli elementi di riflessione che sono emersi durante la quattro-giorni romana tra cui la consapevolezza che le cure palliative, nate come risposta della medicina ai bisogni dei pazienti che vanno oltre il “semplice” trattamento dei sintomi, si sono trasformate negli anni divenendo sempre più un movimento culturale che ha l’ambizione di abbattere il muro del pregiudizio della scienza nei confronti della morte. Le cure palliative, dunque, possono essere uno strumento utile anche per noi per aiutarci a vivere meglio il nostro tempo passando dal concetto di Κρόνος (il tempo che passa) al tempo inteso come Καιρός (il tempo opportuno). A Valentina, Elisa, Donatella e Giovanna ho chiesto di raccontarci il loro punto di vista sui due eventi.  leggi tutto…


Un ricordo speciale di Giovanna Cavazzoni nel libro di Cinzia Sasso

Di Giovanna Cavazzoni ho un ricordo speciale. Era uno scricciolo, davvero non riuscivi a capire come un corpo così minuto potesse avere dentro una forza così immensa (…). Sono andata a salutare Giovanna per l’ultima volta insieme a mio marito. Era il 12 maggio 2016. Era il giorno del suo compleanno, 85 (…). Era in una stanza dell’hospice, la casa che ha fondato per dare alle persone che non ce l’hanno un posto decoroso dove morire. Le stanze non hanno il numero, hanno il nome di un fiore. La stanza di Giovanna si chiama dalia. L’unico consiglio di amministrazione dove sia entrato mio marito è stato quello Vidas. Giovanna lo amava molto. Era nel letto, ma prima di salutarci ha voluto che le mettessero un foulard per coprire i capelli, che non erano in ordine. Ha trovato un po’ di forza. Ci ha abbracciato, baciato. Sapevamo tutti che sarebbe stato per l’ultima volta. È morta otto giorni dopo.

Così Cinzia Sasso nel suo libro “Moglie” ricorda Giovanna, con quell’affetto vero che, io testimone, ho vissuto nei loro incontri, fatti di racconti, serenità, risate complici come solo alcune donne sanno fare.

Il libro di Cinzia Sasso - "Moglie"

Con Giovanna, altri e molti ritratti si alternano nel libro. leggi tutto…


La riconoscenza a Giovanna Cavazzoni

Non è sempre così scontato trovare le parole giuste per ricordare una persona, soprattutto una persona speciale com’era la nostra Giovanna Cavazzoni. Credo che, per chi era presente al primo incontro dei Seminari sulla “Riconoscenza”, l’emozione sia stata forte quando Veronica Notarbartolo, da tanti anni membro del nostro Comitato Scientifico e amica Vidas, con parole lievi e delicate ma di grande profondità e sincera ammirazione ha ricordato Giovanna. Pensieri e immagini che chiunque abbia avuto l’onore di conoscerla ha accolto come regalo prezioso. Quindi grazie Veronica e a voi buona lettura (e appuntamento al 9 novembre con la seconda serata).

cavazzoni cantiere

Vorrei aprire questi Seminari con un breve ricordo di Giovanna Cavazzoni. Con un nodo in gola, perché sono i primi Seminari in cui Giovanna, dopo 30 anni, non è seduta in prima fila, attentissima. leggi tutto…


Cogliere l’unicum in ogni incontro

Rita è una volontaria figlia del corso dell’anno passato e ha quasi concluso il suo tirocinio. Grazie alla sua disponibilità è attiva sia in hospice che a domicilio e dalle sue parole emerge la capacità di cogliere l’unicum in ogni incontro. Una lezione di vita che Vidas ci insegna quotidianamente e che non bisogna dare per scontata.
Sollecitare i volontari a scrivere per il nostro blog e leggere le loro parole è un dono.

Cogliere l'unicum in ogni incontro - Foto di ©Alberto Calcinai

Carissima Monica,
quando ho letto la tua mail, ho chiuso gli occhi per un istante e, come in una pellicola, mi sono passate davanti tutte le immagini relative a questo mio primo anno in Vidas.

Il mio primo colloquio con voi, il corso frequentato, il giorno in cui comunicavate il setting assegnato ad ognuno di noi… quante emozioni! Quanta ansia e quanta preoccupazione per ciò che iniziavamo a fare!

E poi… il primo giorno in hospice insieme con il tutor, il primo giorno in casa di un paziente per l’assistenza a domicilio e ancora l’hospice e poi ancora il domicilio… E così è volato il primo anno tra ansie “da prestazione” e ansia per la “gestione” del proprio cuore!

Ora tu chiedi un “incontro che ha lasciato il segno”, ma cara Monica io non riesco proprio ad individuartene uno in particolare.

Per me ogni momento trascorso con ognuno di voi, con i pazienti e i loro parenti nel hospice, con le famiglie nel domicilio, è sempre stato un momento “unico”: sono tutti “unici nella loro particolarità e diversità”, “unici nelle proprie espressioni di vita”.

Unici perché per ognuno c’è stata un’ emozione diversa, a volte più intensa, a volte più mite, ma farne una classifica o metterne uno sul podio per me significherebbe come fare un torto a tutti gli altri.

Richiudo ancora gli occhi e le rivedo tutte le persone con cui sono venuta a contatto e tutte, con nessuna esclusione, tutte ora occupano un piccolo spazio nel mio cuore e so che li’ rimarranno per sempre.

Scusami, forse ti ho deluso, ma ciò che ti ho scritto è ciò che provo.


Le 56 ore di dignità negata al signor Marcello C.

È accaduto nell’anno, non certo di grazia, 2016. Un uomo malato terminale è stato parcheggiato (proprio così) nel reparto di pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma per 56 ore, in una sala dove vengono tenuti i pazienti in codice giallo e verde, i meno gravi. Finché non è sopraggiunta la morte mentre i parenti si affannavano a porre labili scudi in difesa di una dignità travolta e negata.

La cartella clinica non lasciava spazio a dubbi. Ma non è il dubbio che ha accompagnato gli ultimi istanti di vita di Marcello Cairoli, ma un’altra, gravissima malattia endemica, l’indifferenza, il vero flagello che affligge la nostra società.

Le 56 ore di dignità negata al signor Marcello C.

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Storia di una principessa e della sua forchetta

Un libro per ragazzi. Forse. O forse un libro per ragazzi e ragazze ma non solo!

Leggere Storia di una principessa e della sua forchetta” di Annalisa Ponti ha voluto dire per me fare un bel tuffo nel passato, ritrovandomi catapultata in una realtà lontana – persino magica – ma dove ho ritrovato dinamiche relazionali vicine e straordinariamente attuali. Le stesse dinamiche che viviamo quotidianamente non solo come uomini e donne ma anche come professionisti delle cure palliative.

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“La storia delle mie tette”, irriverente graphic novel sulla vita (e il cancro)

Il reparto fumetti delle librerie mi attrae sempre e lì ho trovato, in una pigra giornata d’estate, La storia delle mie tette. L’irriverente graphic novel di Jennifer Hayden guarda alla vita da un punto di vista del tutto originale: il seno della protagonista, anzi le sue tette.

la storia delle mie tette cover

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Davide il Drago

Le cure palliative pediatriche sono il corredato di un tempo della vita che non dovrebbe mai toccare a un bambino, il tratto finale – il periodo subito dopo il quale non c’è più niente.

Così inizia la chiacchierata con Michele Grillo, conosciuto in veste di presidente dell’associazione Davide il Drago, nata dopo la perdita di suo figlio più piccolo, sette anni, nell’ottobre 2013, per un sarcoma delle parti molli. La vita di Michele si è spaccata in due il 25 ottobre di tre anni fa – un colpo di lama netto tra il prima, con una famiglia fatta di un uomo e una donna sposati dal ’98 dopo un amore di 11 anni e i loro due figli, Davide e Tommaso, che oggi ha 16 anni, e il dopo. Ho voluto chiedergli cosa fosse stato quel periodo, i due anni della malattia di un bambino così piccolo.

Michele Grillo, presidente dell'Associazione Davide il Drago

Quando si è ammalato Davide era all’ultimo anno di scuola materna, si era a febbraio 2012.

L’inizio è lo spaesamento, non sai nemmeno in quale ospedale devi andare, finché la malattia ha un nome e cognome – e la vita viene stravolta. leggi tutto…


Giovanna Cavazzoni, cittadina benemerita di Milano

Volontaria nel cuore e nell’operato, donna delle utopie e insieme di profondo rigore e pragmatismo, una vita dedicata ai più soli e sofferenti. Così la “cittadina benemerita di Milano” Giovanna Cavazzoni è stata ricordata in un’intensa cerimonia nell’aula consiliare di Palazzo Marino il 12 settembre scorso.

cavazzoni cantiere

 

Ambrogino d’Oro, cavaliere, grandi onorificenze sino a quella d’ufficiale al merito della Repubblica. Un cursus honorum meritato, che tuttavia Giovanna amava schivare con il consueto sorriso e una frase spiazzante:

Sono null’altro che una questuante a vita, solo con questo impegno costante posso garantire assistenza e gratuità per i più bisognosi.

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“Non è mai troppo tardi”

Poche, nella vita, sono le cose democratiche: la nascita, la malattia e la morte. Giovani e vecchi, poveri o ricchi, tutti siamo uguali davanti a questi misteri della nostra vita. È così che i protagonisti di “Non è mai troppo tardi, lo squattrinato meccanico Carter (Morgan Freeman) e il ricchissimo magnate Edward (Jack Nicholson), si incontrano in una camera di ospedale, entrambi malati di cancro. Sarà la condivisione dell’esperienza della malattia a sancire la loro amicizia.

Non è mai troppo tardi

Scopertisi terminali, i due stilano una “bucket list” (tradotta in italiano come “lista del capolinea”) di cose da fare prima di morire: più filosofica la versione iniziale di Carter, più avventurosa grazie alle aggiunte di Edward. leggi tutto…